Il 12 novembre 2018 Silvano Dellea, capo servizio della funivia di Monteviasco, era stato il primo a non attenersi alle prescrizioni indicate dal regolamento d’esercizio dell’impianto.
Lo ha affermato l’avvocato Paolo Della Noce, che nel processo per omicidio colposo, legato alla morte di Dellea, rappresenta insieme al collega Carlo Rumiati uno dei consiglieri della cooperativa AuSuriv, che all’epoca dei fatti gestiva la funivia. Parole che il legale ha pronunciato dopo aver sottolineato il proprio rispetto per una persona che non c’è più, ma anche il dovere di difenderne un’altra a suo dire ingiustamente accusata di aver trascurato le norme in materia di sicurezza dei lavoratori.
Ad occuparsi di sicurezza all’interno della cooperativa era solo il legale rappresentante, cioè il presidente, mentre i consiglieri erano impegnati nella valorizzazione turistica di Monteviasco, come già emerso dal dibattimento. E’ dunque sbagliato, secondo gli avvocati Della Noce, Rumiati e Roberta Vegetti (che nel processo difende altri tre consiglieri, mentre un altro è difeso dall’avvocato Fabio Rizza), considerare tutti i consiglieri “datori di lavoro” del Dellea.
Il manutentore, sempre seguendo la tesi dei difensori che hanno chiesto l’assoluzione dei loro assistiti, conosceva bene il regolamento, e sapeva- anche a seguito di richiami fatti dai colleghi – di non dover effettuare i controlli della funivia viaggiando imbracato all’esterno della cabina. Ma quel tragico giorno di novembre di cinque anni fa il Dellea commise un altro grave errore, stando al ragionamento dei legali della difesa: prima di iniziare il controllo della linea, disse alla collega che lavorava alla stazione di valle – dove il corpo del capo servizio verrà ritrovato, incastrato tra la cabina e la passerella laterale della stazione – di andare in pausa pranzo.
«L’agente a valle non era autorizzato ad allontanarsi al momento dei controlli – ha aggiunto Della Noce – e se fosse stato presente, l’evento mortale probabilmente sarebbe stato scongiurato». Concetto, quest’ultimo, evidenziato anche dal pubblico ministero nella sua requisitoria (nove le richieste di condanna). Il pm ha inoltre fatto riferimento alla presenza, fuori dalla stazione a valle della funivia, di una pedana ingombrante, pericolosa e, soprattutto, priva di autorizzazione ministeriale, che avrebbe inciso sui gravi danni subiti dal Dellea, ritrovato con la cassa toracica schiacciata. Se quella passerella non fosse stata installata – ha affermato il magistrato, aggiungendo che il manufatto non era a norma – forse il manutentore non sarebbe deceduto.
Quanto all’assenza di un terrazzino fisso come protezione all’esterno della cabina – tema centrale nella ricostruzione dell’accusa – le difese hanno fatto notare che nel progetto per la riapertura della funivia di Monteviasco, già approvato dal ministero dei Trasporti, non figura un supporto fisso ma uno mobile, già in dotazione ai manutentori dell’impianto nel 2018.
Il ritorno in aula è fissato per la fine di ottobre con le arringhe dei difensori che non sono ancora stati ascoltati dalle parti, e che tra i nove imputati rappresentano gli ex dipendenti dell’Ustif – l’allora ufficio territoriale del ministero dei Trasporti – e altri due tecnici legati alla funivia: il direttore d’esercizio del 2018 e il progettista dell’ultima revisione generale. Poi la parola passerà al giudice per il verdetto.
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