Varese | 13 Ottobre 2022

Monteviasco: processo per la morte di Silvano Dellea, in aula i consulenti delle difese

Due tecnici hanno testimoniato sull'assenza della pedana protettiva fissa sul tetto della cabina: «La legge prevede anche l'utilizzo della versione mobile». Che a Monteviasco c'era

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La legge che disciplina l’utilizzo degli impianti a fune dà la possibilità di impiegare una versione mobile del cosiddetto terrazzino d’ispezione, la struttura da applicare al tetto delle cabine per consentire ai manutentori di operare in condizioni di sicurezza. Condizioni che sarebbero mancate il 12 novembre 2018, giorno in cui Silvano Dellea morì schiacciato tra la cabina e una passerella laterale nei pressi della stazione a valle della funivia di Monteviasco, mentre stava eseguendo un controllo della linea.

Per la Procura di Varese quell’impianto non rispettava le normative, data l’assenza di un terrazzino fisso sul tetto della cabina, come aveva confermato all’ultima udienza del processo per omicidio colposo un consulente del pubblico ministero (qui i dettagli).

Oggi però un altro ingegnere, consulente della difesa, è stato ascoltato in udienza e ha affermato che anche la versione rimovibile del supporto protettivo è contemplata dai riferimenti normativi, tanto che la stessa versione è stata inserita dal consulente – in veste di progettista – nel piano per i lavori di adeguamento eseguiti lo scorso anno e finalizzati alla riapertura dell’impianto. Con tanto di approvazione del Ministero delle Infrastrutture.

Fisso o asportabile, il terrazzino non era installato il giorno della tragedia. «Viene montato solo in determinate circostanze – ha sottolineato l’ingegnere – come ad esempio per l’esame della fune portante». In altre parole il supporto è richiesto per controlli specifici e approfonditi, secondo la tesi del consulente; non per quello che Dellea stava facendo il 12 novembre di quattro anni fa, cioè, secondo le ricostruzioni, un semplice controllo visivo e uditivo delle varie componenti della linea, pur utilizzando dei metodi che per la loro pericolosità erano stati proibiti dai suoi superiori (qui i dettagli).

Un altro tecnico, più volte incaricato di eseguire gli esami magneto-induttivi sulla funivia di Monteviasco, ha ribadito – la circostanza era già emersa nelle precedenti udienze – che una versione mobile della pedana veniva custodita nel magazzino dell’impianto, dove poteva essere prelevata all’occorrenza per il montaggio, che era affidato al personale della cooperativa.

«Il giorno prima dell’incidente Dellea aveva sentito dei rumori sul carrello della cabina e aveva annunciato un controllo per il giorno seguente, per capire a cosa fossero dovuti». Lo ha raccontato, sempre in aula, un altro testimone, membro della cooperativa che gestiva la funivia all’epoca dei fatti. Testimone che ha poi aggiunto un altro particolare rilevante: quando il manutentore e il direttore d’esercizio effettuavano delle verifiche, il mezzo partiva dalla stazione a monte, arrivava fino al pilone di metà percorso – dove veniva fermato per il tempo necessario ai controlli – e poi tornava su. Era lo stesso dipendente, sentito oggi in udienza (ma non in servizio il 12 novembre 2018), a muovere la cabina, che quindi non arrivava mai alla stazione di valle una volta conclusa l’ispezione. Cosa che però avvenne il giorno della tragedia, con Dellea che viaggiava da solo, imbragato e attaccato ad un maniglione esterno.

Altri consulenti della difesa compariranno davanti alle parti a metà novembre, per la continuazione dell’istruttoria dibattimentale. In quella sede verrà anche prodotto il certificato di morte di Ambrogio Rossi, l’ex primo cittadino di Curiglia con Monteviasco (l’ente cui appartiene la funivia), spirato nei giorni scorsi all’età di 85 anni, e che figurava tra gli imputati nel procedimento.

Tutti gli articoli sul processo:

Funivia di Monteviasco, si apre il processo: come è morto Silvano Dellea? 
Funivia di Monteviasco: «Dellea non morì per un malore»
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