«C’era poca attenzione al turismo, il paese era destinato a morire». Per queste ragioni la cooperativa Au Suriv, con sede a Curiglia, decise nel 2015 di proporsi per prendere in gestione la funivia che dalla località Ponte di Piero conduce al borgo montano di Monteviasco.
Il rilancio del borgo non era solo uno degli obiettivi della cooperativa, ma addirittura lo scopo con cui il gruppo era stato fondato. Lo ha spiegato giovedì in tribunale a Varese, durante l’ultima udienza del processo per la morte di Silvano Dellea, storico manutentore della funivia, il testimone Moreno Tosi, socio fondatore di Au Suriv e membro del consiglio d’amministrazione per circa due anni, ma già fuori dal gruppo nel novembre 2018, cioè al momento del drammatico incidente sull’impianto costato la vita a Dellea.
Per questo Tosi in aula ha risposto alle domande delle parti da testimone e non da imputato, a differenza degli altri soci della cooperativa accusati di omicidio colposo per una serie di carenze organizzative e in materia di sicurezza sul lavoro (qui i dettagli) che, secondo la tesi della Procura di Varese, avrebbero inciso sui tragici fatti del 12 novembre di quattro anni fa, quando Dellea, durante un giro di controllo della linea, rimase schiacciato tra una passerella nei pressi della stazione a valle e la cabina su cui viaggiava, attaccato ad un maniglione esterno.
Sempre in chiave accusatoria la cooperativa non avrebbe avuto le competenze necessarie per occuparsi dell’impianto, dato che prima di ottenerlo in gestione dal Comune di Curiglia – proprietario della funivia – si occupava di tutt’altro, come confermato da Tosi nel corso della sua deposizione in aula, ricostruendo il contesto dell’epoca.
«La cooperativa gestiva un piccolo negozio di souvenir a Monteviasco – ha spiegato il testimone – e una piccola bottega per fornire ai residenti del borgo i beni alimentari di prima necessità. La bottega serviva per fare un minimo di bilancio e arrivare alla gestione della funivia». Obiettivo raggiunto nel 2015, dopo il passaggio da un apposito bando.
Tosi, rispondendo alle domande delle difese, ha inoltre spiegato che era il presidente della cooperativa, come legale rappresentante del gruppo, il responsabile dell’ente con cui ci si interfacciava nelle varie sedi: «Il presidente si occupava di tutto, interloquiva con il personale, aveva potere di spesa tramite il conto corrente della società». Compiti che non spettavano quindi ai consiglieri. Tosi lasciò il gruppo quando si accorse che il consiglio di amministrazione contava poco, perché le decisioni venivano prese da una cerchia ristretta di persone, mentre il nipote (oggi imputato) restò all’interno del gruppo.
Sulla questione delle competenze che servivano per occuparsi di una funivia – questione al centro dell’impianto accusatorio – Tosi ha spiegato, rispondendo al pubblico ministero, che lui da membro del cda non aveva competenze specifiche, ma che con l’inizio della gestione di Au Suriv era stato riconfermato tutto il personale già presente nella precedente gestione. Lo stesso personale che per l’accusa non era in grado di occuparsi efficientemente dell’impianto, con un direttore d’esercizio (la figura più qualificata) che risiedeva fuori provincia, e un capo servizio (Dellea) che svolgeva contemporaneamente un’altra professione.
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