Varese | 27 Maggio 2022

Funivia di Monteviasco, «Quello che faceva Dellea era pericoloso»

Al processo per la morte del manutentore parlano i colleghi dell'epoca: verifiche settimanali svolte in modo anomalo e poco pratico. Silvano quel giorno era solo in cabina

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«Vado a dare un’occhiata alla linea». Silvano Dellea lo diceva spesso ai suoi collaboratori quando arrivava alla funivia Ponte di Piero – Monteviasco per i controlli settimanali. Quell’ispezione che rientrava tra le sue mansioni di capo servizio, e che da abitudine annunciava ai colleghi pochi minuti prima di arrivare sul posto,  la chiamava “controllo della linea”. La stessa che ha causato il tragico incidente del 12 novembre 2018, costatogli la vita.

Sulle eventuali responsabilità di altri soggetti sarà il Tribunale di Varese ad esprimersi, alla fine del processo per omicidio colposo a carico di dieci persone: consiglieri della cooperativa che gestiva l’impianto, il direttore d’esercizio, l’ex sindaco di Curiglia Ambrogio Rossi, funzionari ministeriali e il progettista della revisione generale. Una cosa però è certa e l’ha spiegata ieri in aula, nel corso della seconda udienza dibattimentale, uno dei macchinisti dell’epoca: quel modo di operare, sul tetto della cabina (dove secondo l’accusa mancavano le misure di sicurezza previste dalle normative), con la cabina in movimento, era pericoloso.

Lo aveva detto anche un superiore dei dipendenti della funivia, in occasione di un collaudo nel 2016, raccomandandosi con loro di non agire in quel modo. «Io stesso non mi sentivo sicuro in quella posizione – ha aggiunto il testimone in aula – Una volta, sperimentando il metodo, ho chiesto a Silvano di fermarci. Quel sistema non consentiva di avere una buona visuale e di fatto non aveva utilità pratica. Si poteva al massimo percepire dei rumori anomali». Ed è proprio di quei rumori provenienti dai cuscinetti dei rulli che Dellea si stava occupando il giorno della tragedia, come lo stesso macchinista aveva dichiarato durante le indagini, un’operazione che – ha ribadito il testimone in udienza – poteva essere svolta, insieme alle altre verifiche meccaniche del caso, dalla stazione di comando, con la cabina ferma oppure, se necessario, con l’assistenza di un altro addetto in cabina.

Ma quel giorno Dellea era solo. Imbracato (sulla fornitura dei dispositivi di protezione individuale, così come sui corsi d’aggiornamento, resta da chiarire quale fosse la linea dei gestori dell’impianto), agganciato alla struttura e forte della sua lunga esperienza sul campo (il manutentore contribuì alla costruzione della funivia negli anni ottanta). Ma solo. Alla stazione a valle la collega era appena andata in pausa, dietro sua indicazione: dopo l’ultimo viaggio con persone a bordo – avvenuto poco prima – era giunta l’ora della manutenzione e la sua presenza non era più indispensabile, non essendoci sportelli da aprire, biglietti da controllare, passeggeri da accompagnare. Lo ha confermato in aula la diretta interessata che, al pari degli altri addetti, si atteneva alle prescrizioni del suo capo servizio il quale, con apposita chiave, poteva uscire autonomamente dalla cabina una volta giunto a fine corsa.

Il 12 novembre del 2018, però, qualcosa andò per il verso sbagliato e l’imbracatura – in seguito ad un evento a cui nessuno ha assistito e che le telecamere non hanno ripreso perché non in funzione – iniziò ad attorcigliarsi, facendo pressione sul petto in maniera così forte da provocare a Dellea la rottura dello sterno, e quel trauma che per il medico fu la causa del decesso. il corpo del manutentore restò infine schiacciato tra la cabina e la passerella della stazione a valle.

Intanto alla stazione a monte c’erano due occhi puntati sui comandi. Quelli del macchinista di turno – indagato e poi non rinviato a giudizio – che da lì non poteva controllare la situazione, ma era in collegamento con la cabina tramite ricetrasmittente. Davanti al giudice ha ricordato quei momenti, parte di una procedura a cui aveva partecipato numerose volte, e che richiedeva il controllo manuale della velocità: «La cabina stava scendendo a ritmo rallentato, 2 metri al secondo. Ho abbassato ulteriormente a 50 centimetri al secondo per il passaggio dal pilone di sostegno, a metà percorso. Ho sentito Silvano che mi ha detto “vai pure a regime”, e ho quindi rialzato la velocità fino all’ultimo rallentamento previsto, a 30 centimetri al secondo, prima dell’arrivo. A quel punto mi sono rivolto di nuovo a lui, “tutto bene? Sei sceso?». Nessuna risposta.

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