Varese | 16 Gennaio 2023

Monteviasco, morte di Silvano Dellea: «Se soccorso avrebbe potuto essere salvato»

L'ipotesi, al processo per omicidio colposo, è stata avanzata dal medico legale di una delle difese. «Decesso non istantaneo». Preziosi i minuti dopo l'incidente, ma il manutentore era solo

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Se qualcuno fosse stato presente alla stazione a valle della funivia di Monteviasco nel pomeriggio del 12 novembre 2018, sarebbe stato possibile attivare in modo tempestivo i soccorsi e quindi tentare di salvare la vita a Silvano Dellea, il caposervizio dell’impianto, deceduto quel giorno a seguito di un incidente per il quale sono oggi a processo nove persone (consiglieri della cooperativa che gestiva la funivia, il direttore d’esercizio, funzionari ministeriali e il progettista della revisione generale), accusate di omicidio colposo.

L’ipotesi, pur tenendo conto dell’impossibilità di risalire alle esatte condizioni in cui si trovava Dellea subito dopo l’impatto tra la cabina – partita dalla stazione a monte e all’esterno della quale il caposervizio viaggiava imbragato e attaccato ad un maniglione – e una passerella nei pressi della stazione a valle, è stata avanzata oggi, durante l’ultima udienza del processo in corso in tribunale a Varese, dal medico legale incaricato da una delle difese di relazionare sulla causa del decesso del manutentore.

Causa che il consulente di parte ha attribuito ad una asfissia provocata dallo schiacciamento del corpo tra la cabina e il manufatto esterno, come evidenziato dai traumi alla gabbia costale ed emorragie, «caratteristiche – ha sottolineato il medico legale – delle situazioni in cui si verifica una intensa compressione del torace che porta al blocco dei movimenti respiratori».

Una dinamica – ha aggiunto l’esperto – che non conduce a morte istantanea. Da qui la valutazione – sulla base dei casi analoghi descritti nella letteratura di tipo clinico – circa la possibilità di intervenire e provare ad evitare il tragico evento. Come? Prima di tutto spostando il corpo dal luogo dell’incidente, per «sganciarlo da quella posizione e metterlo in uno stato di potenziale espansione della gabbia toracica», in attesa del personale sanitario. Questo nei delicati minuti immediatamente successivi all’impatto, quando però alla stazione di valle l’agente di turno, quel drammatico 12 novembre di 4 anni fa, si trovava già in pausa su indicazione del suo superiore, cioè Dellea. Il dipendente ritrovò il corpo senza vita del manutentore soltanto alla ripresa del servizio.

L’addetto alla stazione avrebbe dovuto essere presente, come stabilito dal regolamento della funivia in merito alla disciplina delle manutenzioni. Lo ha ricordato in udienza un altro consulente delle difese, specializzato in sicurezza sul lavoro. L’assenza dell’addetto non fu, secondo il consulente, l’unica anomalia di quel giorno: «Per fare un controllo straordinario (nei giorni precedenti l’incidente il manutentore aveva sentito dei rumori sospetti, ndr) Dellea avrebbe dovuto sospendere l’attività, mandare a valle la cabina, montare il terrazzino mobile e solo a quel punto approfondire la situazione in sicurezza».

Proprio il terrazzino, una protezione da applicare al tetto della cabina per operare all’esterno senza correre rischi, è uno degli elementi al centro della tesi accusatoria, secondo la quale all’impianto non venivano rispettate le misure di sicurezza previste dalle normative di riferimento, a cominciare dall’assenza del fondamentale supporto che, sempre secondo la posizione della Procura di Varese, avrebbe dovuto essere presente in versione fissa e non asportabile, modello quest’ultimo presente a Monteviasco e custodito in un magazzino a disposizione del personale della funivia. Dove si trovava anche il giorno dell’incidente mortale.

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