«Tutte le funivie della Lombardia sono munite di terrazzino. Quella di Monteviasco rappresenta l’unica eccezione». Lo ha detto in tribunale a Varese l’ingegnere che per conto della procura si è occupato di verificare le condizioni dell’impianto su cui nel primo pomeriggio del 12 novembre 2018 perse la vita il manutentore Silvano Dellea.
In aula nel corso dell’ultima udienza del processo che vede imputate per omicidio colposo dieci persone (qui i dettagli) l’esperto ha parlato per oltre due ore e, rispondendo alle domande del pubblico ministero, ha illustrato una dopo l’altra le normative che disciplinano l’esercizio di un impianto a fune, soffermandosi poi su quello al centro del procedimento penale legato alla tragica morte di Dellea. Un impianto descritto come una anomalia, per via della mancanza del fondamentale supporto – il terrazzino – collocato sul tettuccio della cabina, dotato di appositi parapetti e utilizzato per svolgere in sicurezza le operazioni di manutenzione, compresa la “corsa prova”, senza passeggeri a bordo, di cui Dellea si occupava per controllare la regolarità della linea.
«Un supporto previsto dalla legge – ha specificato il tecnico – che protegge il manutentore e può servire anche per far fronte ad eventuali malori di chi si trova sulla parte superiore della cabina per effettuare i controlli». Ed è forse a causa di un malore che Dellea, quel drammatico pomeriggio, perse l’equilibrio durante le verifiche sulla linea, rimanendo poi impigliato nell’imbracatura, assicurata ad un maniglione esterno, dove lui stesso stava attaccato per lo spostamento della cabina dalla stazione a monte verso quella a valle, osservando i movimenti della struttura e ascoltando i rumori prodotti dalle varie componenti, allo scopo di individuare potenziali guasti e malfunzionamenti.
Quella del malore è appunto un’ipotesi (anche se i suoi organi erano sani, ha affermato sempre in udienza il medico legale che si era occupato dell’autopsia) che spiegherebbe – nonostante l’assenza di testimoni oculari e di filmati delle telecamere, quel giorno non in funzione – una improvvisa perdita di equilibrio e il successivo scivolamento con la corda dell’imbracatura che si attorciglia con una forza tale da fratturare lo sterno e le costole, prima dello schiacciamento del corpo provocato dall’arrivo della cabina alla stazione a valle.
Quel che è certo, invece, è che il metodo impiegato da Dellea per svolgere le sue verifiche come capo servizio era stato vietato dai superiori che lo ritenevano troppo pericoloso. Lo hanno confermato davanti al giudice gli ex colleghi della vittima. Un’altra certezza l’ha aggiunta l’ingegnere consulente della procura: «Il regolamento della funivia, in assenza del terrazzino, prevedeva che il manutentore operasse con il solo busto fuori dalla cabina, utilizzando la scaletta interna e la botola che dà sul tettuccio. Ma da quella posizione – ha precisato il testimone – era possibile osservare soltanto una parte della componentistica, e non l’intera struttura ad ampio raggio». Ecco perché Dellea operava in maniera diversa, nonostante le indicazioni ricevute.
Per ovviare alla mancanza del terrazzino fu inserita una passerella aggiuntiva, «ma non è stata individuata alcuna documentazione che provasse l’impiego di questa attrezzatura come alternativa – ha puntualizzato l’ingegnere – dunque non possiamo considerarla come tale, fermo restando che il terrazzino è una prescrizione di legge e non è ammissibile farne a meno per i controlli».
Dellea eseguiva l’ispezione della linea solitamente di primo pomeriggio – come avvenuto quel 12 novembre – e non al momento dell’apertura mattutina. Un’altra anomalia, secondo l’accusa, unita ad una serie di presunte carenze organizzative e di organico della cooperativa che dal 2015 gestiva l’impianto. Ne ha parlato ampiamente nel corso dell’ultima udienza un secondo testimone, tecnico della prevenzione di Ats Insubria, impegnato nelle attività d’indagine già dalle ore immediatamente successive all’incidente mortale.
Dal suo racconto si è appreso che la cooperativa operava già sul territorio delle valli luinesi prima che il Comune di Curiglia le affidasse la funivia, ma si occupava di una struttura ricettiva, situata vicino alla stazione a monte, e di mandare avanti un negozietto di souvenir. Nulla a che fare con gli impianti funiviari. «Affidamento singolare» ha sottolineato il tecnico, data la mancanza di esperienza nel settore e la scarsa capacità organizzativa, con un direttore d’esercizio (la figura più qualificata, rappresentante del concessionario esercente davanti all’autorità di sorveglianza) residente a Sondrio, e un capo servizio (Silvano Dellea) che svolgeva contemporaneamente un’altra professione, quella di vigile urbano a Maccagno.
Entrambi non erano in grado di garantire la loro costante presenza sul posto. «Dellea inoltre – ha spiegato il testimone – aveva dei rientri pomeridiani in alcuni giorni della settimana», aspetto quest’ultimo che penalizzava ulteriormente le sue mansioni di capo servizio connesse, oltre che alla manutenzione, al coordinamento del personale e alla sorveglianza sull’operato degli altri dipendenti: macchinisti e agenti di stazione. Il vice capo stazione, residente in Veddasca, concentrava la sua attività in due giorni settimanali, cui aggiungeva una mezza giornata nei festivi. Tra le stazioni della funivia, che in determinati periodi dell’anno viaggiava sette giorni su sette, erano quindi soltanto due le presenze garantite ogni giorno: quella del macchinista impegnato alla stazione a monte (dotata di controlli) e quella dell’agente di stazione, che a valle si occupava invece di assistere i passeggeri.
Chi doveva rilevare queste criticità? «La cooperativa – ha risposto in aula il responsabile di Ats – a cui abbiamo contestato la mancata valutazione dei rischi a partire dal 2015, ma anche il progettista, perché certe carenze c’erano già quando il progetto dell’impianto è stato concepito e poi revisionato».
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