«Quella funivia ce la siamo costruita, l’abbiamo curata con passione e amore. Conoscevamo ogni bullone della struttura». Così l’ingegnere Franco Filippi, chiamato come consulente di parte al processo per la morte di Silvano Dellea, si è espresso nell’ultima udienza a proposito dell’impianto a fune di Monteviasco dove Dellea, caposervizio, trovò la morte nel pomeriggio del 12 novembre 2018, schiacciato tra la cabina – su cui stava viaggiando appeso all’esterno – e una passerella fuori dalla stazione a valle.
E a sentire le parole dell’ingegnere – già direttore d’esercizio a Monteviasco e membro della prima cooperativa che prese in gestione la funivia nel 1989 – sembra quasi che ogni riferimento vada ad una struttura diversa. Non la stessa teatro dell’incidente costato la vita al suo manutentore, dove per la Procura di Varese le condizioni di sicurezza, all’epoca dei fatti, erano precarie e le normative di riferimento non rispettate. Ma una struttura dove tutto funzionava secondo le regole; dove per controlli e manutenzioni c’erano procedure consentite e altre proibite.
L’ingegnere parla a lungo, risponde alle domande delle parti e torna con i ricordi alla fine degli anni Ottanta, quando l’impianto per collegare Curiglia al borgo di Monteviasco ha visto la luce: un’importante opera che segna una nuova via – alternativa alla mulattiera da oltre mille gradini – per raggiungere il paesino di montagna. Oltre vent’anni prima rispetto ai fatti oggetto del processo in cui nove imputati devono rispondere di omicidio colposo. «Ma per vent’anni – ha affermato il consulente di una delle difese – nessuno si è fatto male».
E Dellea faceva già parte della squadra di addetti che nell’attività quotidiana rispondeva a precise direttive in materia di sicurezza. Si operava sempre in quattro, mai da soli; e chi si occupava delle verifiche sulla cabina – che si svolgevano in presenza del direttore di esercizio o di un manutentore abilitato – lo faceva stando all’interno del mezzo o con la carrozza ferma in stazione. L’esatto opposto di quanto avvenuto il 12 novembre 2018, con Dellea solo, agganciato con imbragatura all’esterno della cabina, a fare una cosa che dopo numerosi pareri tecnici ascoltati a dibattimento, non è ancora stata chiarita né associata ad una specifica attività di manutenzione prevista dal regolamento.
Eppure il caposervizio «era molto attento – ha ricordato l’ingegnere – aveva testa e abilità fisica. Quando ho saputo quello che era successo non ci volevo credere». Un’incredulità condivisa da un altro consulente di una delle difese, a sua volta ingegnere, che ha parlato di «comportamento inammissibile» non solo per quella discesa verso la stazione a valle con il manutentore posizionato fuori dalla cabina, ma anche per il fatto che l’agente della stazione verso cui si stava dirigendo il mezzo era stato congedato proprio dal caposervizio, prima di mettere in funzione l’impianto, e anche perché lo stesso impianto non fu bloccato dal macchinista che si trovava a monte e che ad un certo punto della discesa aveva perso il contatto tramite radio con Dellea.
Modi di agire non in linea con il regolamento della struttura – è stato ribadito in aula da uno degli ingegneri – ai quali si aggiunge il mistero di quel controllo effettuato dal caposervizio viaggiando in modo rischioso e ad una velocità incompatibile – è stato sottolineato sempre in udienza – rispetto a qualsiasi tipo di verifica. Nemmeno riferendosi all’impiego del cosiddetto terrazzino – protezione da applicare alla sommità della cabina, e parte dell’impianto accusatorio perché non in uso il giorno dell’incidente – gli ingegneri sentiti in aula hanno trovato risposte rispetto alla natura del controllo eseguito da Dellea negli ultimi istanti della sua vita.
Una cosa però è certa: se quella verifica fosse stata fatta con la cabina ferma in stazione o con l’addetto al sicuro dentro la carrozza, con il solo busto fuori dalla botola che dà verso il tettuccio, per scrutare la fune e altri meccanismi alla ricerca di una anomalia, ora non saremmo di fronte ad un dramma per certi aspetti rimasto senza spiegazione.
Tutti gli articoli sul processo:
- Funivia di Monteviasco, si apre il processo: come è morto Silvano Dellea?
- Funivia di Monteviasco: «Dellea non morì per un malore»
- Funivia di Monteviasco: «Quello che faceva Dellea era pericoloso»
- Monteviasco, tutte le anomalie della funivia
- Monteviasco: processo per la morte di Silvano Dellea, in aula i consulenti delle difese
- Monteviasco, l’ex socio della cooperativa sotto accusa: «Il borgo rischiava di morire»
- Monteviasco, morte di Silvano Dellea: «Se soccorso avrebbe potuto essere salvato»
© Riproduzione riservata






Vuoi lasciare un commento? | 0