Varese | 13 Marzo 2023

Monteviasco, morte di Silvano Dellea: gli imputati respingono le accuse

Per due ingegneri a processo l'impianto era in regola al momento dell'incidente. Il consigliere della cooperativa che gestiva la funivia: «Mi occupavo di promozione turistica, non di sicurezza»

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Estranei alle accuse e consapevoli dei propri ruoli per ciò che riguarda la gestione della funivia di Monteviasco, luogo in cui nel pomeriggio del 12 novembre 2018 perse la vita il manutentore Silvano Dellea, vittima di un incidente avvenuto mentre l’uomo si stava occupando dell’impianto.

In tribunale a Varese, nel processo per omicidio colposo scaturito dalla tragica vicenda, parlano alcuni dei nove imputati, che respingono la tesi di una loro diretta responsabilità rispetto a quanto avvenuto in quel giorno di novembre. Non una fatalità, per chi ha indagato, ma un fatto connesso alla mancanza di sicurezza, a cominciare dall’assenza di un terrazzino fisso come protezione sulla sommità della cabina su cui viaggiava Dellea, prima di restare schiacciato tra il mezzo di trasporto, a cui era appeso tramite imbragatura, e una passerella situata nei pressi della stazione a valle.

«La sicurezza dei dipendenti e dell’impianto non era di mia competenza e non me ne sono mai occupato», ha affermato in aula Cristian Tosi, socio fondatore della cooperativa che all’epoca gestiva la funivia, nonché consigliere della cooperativa stessa. L’uomo ha spiegato le ragioni che lo avevano spinto ad aderire al progetto di quell’ente, che aveva una causa nobile, cioè far rinascere Monteviasco incentivando il turismo e facendo qualcosa di buono per i pochi residenti, a cominciare dall’apertura di un negozio di alimentari per rifornire di beni di prima necessità gli abitanti del borgo. «Era il presidente della cooperativa, come legale rappresentante, a prendere le decisioni più importanti – ha specificato Tosi – io mi limitavo alla promozione turistica».

La questione sicurezza è stata affrontata dagli ingegneri Ermanno Magri e Carmela Caramia, dipendenti dell’Ufficio speciale trasporti a impianti fissi (Ustif) nel 2018. I due imputati non si sono sottoposti all’esame delle parti, ma hanno fornito delle spontanee dichiarazioni ricche di dettagli circa le mansioni di Ustif, organismo territoriale del Ministero dei Trasporti nel periodo oggetto del processo, con compiti di vigilanza sul funzionamento degli impianti e sulle condizioni di sicurezza delle persone trasportate.

Sommando i percorsi professionali dei due tecnici si arriva a circa settant’anni di lavoro sui sistemi di trasporto a impianti fissi, in varie regioni d’Italia e su strutture di varie caratteristiche e dimensioni. Un momento chiave della vicenda processuale è la revisione generale del 2011, con cui vengono analizzate nel dettaglio le condizioni della funivia di Monteviasco, vent’anni dopo la sua apertura. Una revisione che passa senza intoppi. Nessun incidente, nessun inconveniente tecnico, nessuna criticità segnalata o emersa dalle simulazioni riguardanti possibili situazioni di degrado. L’attività poteva procedere, certificò l’ingegner Magri.

Quanto all’assenza del terrazzino come protezione per chi operava all’esterno della cabina, durante le manutenzioni, gli ingegneri hanno ribadito una linea già emersa più volte nel corso del dibattimento: il supporto, fisso o asportabile, veniva usato per interventi straordinari, con la funivia chiusa al pubblico; non per quelli che Dellea affrontava nella sua normale routine.

E inoltre, non era compito di Ustif esprimersi sull’utilizzo di quel supporto, tesi condivisa da entrambi i tecnici a processo, d’accordo anche su un altro punto cruciale nella storia dell’incidente del 12 novembre 2018: non è chiaro cosa Dellea volesse verificare quel giorno. «La cabina viaggiava ad una velocità otto volte superiore a quella indicata per verifiche uditive e visive», ha ricordato l’ingegner Magri. «La corsa a quella velocità non ha alcun senso», ha aggiunto l’ingegner Caramia. Per i due tecnici l’impianto, al momento dell’incidente, era a norma di legge. E il comportamento del manutentore, dopo mille interrogativi appesantiti dallo sconforto per la sorte toccata ad una persona ritenuta esperta e competente nel campo in cui operava, è rimasto senza una spiegazione.

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