Varese | 21 Aprile 2022

Funivia di Monteviasco: «Dellea non morì per un malore»

Prime testimonianze al processo per omicidio colposo. La parola al medico legale: «Determinante il forte trauma toracico». Ricostruiti anche i primi atti d'indagine

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La pattuglia dei carabinieri di Dumenza arrivò intorno alle 16.30, dopo che era stato segnalato un infortunio sul lavoro alla funivia che collega Curiglia a Monteviasco. Il corpo senza vita di un uomo era ancora nella posizione in cui era stato trovato poco prima, quando era scattato l’allarme: incastrato tra la cabina e la passerella della stazione a valle, con un’ampia ferita al capo. 

E’ cominciata da qui, dalla descrizione dei drammatici momenti risalenti al pomeriggio del 12 novembre 2018, la fase dibattimentale del processo per la morte di Silvano Dellea, storico manutentore della funivia Ponte di Piero – Monteviasco, deceduto a seguito della tragedia avvenuta nell’inverno di quattro anni fa. Un processo per omicidio colposo che vede imputate dieci persone: i consiglieri della cooperativa che gestiva la funivia, il direttore d’esercizio, l’ex sindaco di Curiglia, Ambrogio Rossi, funzionari ministeriali e il progettista della revisione generale. 

E’ toccato al maresciallo Gianpaolo Paolocci, comandante della stazione Carabinieri di Dumenza, aprire la lunga trafila di testimonianze che è il fulcro del procedimento, in corso in tribunale a Varese, e che servirà per chiarire la presenza di responsabilità in merito alla morte di Dellea, che era conosciuto da molte persone sul territorio delle valli luinesi, in quanto agente di polizia locale a Maccagno, ruolo che alternava a quello di caposervizio della funivia di Curiglia, dove si occupava dei controlli secondo le scadenze previste. 

Rispondendo alle domande del pubblico ministero, il maresciallo è tornato con la mente alle immagini di quel pomeriggio e agli attimi immediatamente successivi al riconoscimento del corpo: l’intera area posta sotto sequestro, insieme ad una ricetrasmittente che Dellea impiegava per comunicare con il manovratore presente alla stazione a monte, che scese a piedi attraverso la mulattiera e che fu sentito per primo dai militari dell’Arma, insieme ad una impiegata della stazione a valle. Tra gli oggetti repertati, anche i faldoni di documenti riguardanti l’impianto a fune e la scatola nera che registra tutti i movimenti della struttura. Niente filmati delle telecamere: in quel periodo non erano in funzione.

 «Il manovratore fu sottoposto ad esame alcolemico – ha aggiunto l’operante – perché non si capiva se il suo comportamento inusuale fosse dovuto all’agitazione o ad altro». Il tasso di 0,87 – superiore al limite consentito – fu rilevato in ospedale più di tre ore dopo i fatti ma la posizione dell’uomo, dopo le indagini, venne stralciata. Sarà sentito come testimone nella prossima udienza, quando questo frangente dei primi rilievi tornerà sicuramente al centro del confronto tra le parti. 

Quali sono le cause della morte di Silvano Dellea? La risposta è arrivata in aula dal medico legale che si è occupato dell’esame autoptico su incarico della Procura di Varese: «un importante trauma toracico con frattura dello sterno e delle costole. Lo schiacciamento del corpo e l’estrema compressione dei polmoni hanno provocato l’interruzione della respirazione».

Dai dettagli dell’autopsia riemerge un altro particolare fondamentale: «Gli organi interni non erano lesionati, il cuore era sano», ha aggiunto il medico in udienza. Tutti fattori che, come evidenziato dal testimone, portano ad escludere la tesi del malore improvviso e a ipotizzare una dinamica dell’accaduto: il manutentore si trova tra la pedana di ispezione, attaccata al muro, e la cabina; scivola, resta impigliato con l’imbracatura. E la cabinovia prosegue il suo movimento. Il tutto, secondo la tesi accusatoria, sarebbe legato all’assenza di dispositivi di protezione previsti dalle normative in vigore. Uno in particolare, il cosiddetto “terrazzino di ispezione”, che consente di accedere al tetto della cabina senza correre rischi. 

Sempre durante l’autopsia furono prelevati campioni di sangue dal corpo della vittima. Campioni in seguito mai analizzati perché ritenuti irrilevanti, dal medico legale, al fine di determinare la natura del decesso. Dalle difese, in apertura di istruttoria, era giunta la richiesta di procedere all’analisi per una piena comprensione delle condizioni in cui si trovava Dellea al momento dell’incidente. In attesa della decisione del giudice sul punto, il medico legale ha chiarito che grazie al congelamento dei campioni a -20 gradi, l’eventuale analisi è da considerarsi ancora attendibile: «E’ come se fosse materiale fresco». 

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