Torna anche oggi, durante queste giornate di festività natalizie, la rubrica “Luinesi all’estero”, dopo l’appuntamento di settimana scorsa con il dottore Michele Stefano Piccolo, che da molti anni si trova a New York dove ha aperto un suo studio di psicanalisi a Manhattan.
Oggi, come avviene periodicamente, parliamo del 59esimo “luinese all’estero”, Rudi Amadei, che dal 2002 è andato via dal paese lacustre per cercare fortuna e costruirsi un futuro, viaggiando, lavorando e compiendo numerose esperienze in tanti paesi diversi.
Ecco, vi proponiamo l’intervista integrale, dove Rudi ci ha raccontato quanto ha vissuto e sta vivendo nel corso della sua vita.
Raccontaci di te… Quando sei andato via dall’Italia? Dove vivi?
La prima volta che ho lasciato l’Italia per un periodo significativo fu nel 2002, quando mi sono trasferito tre mesi a Colonia in Germania, e dopo aver trovato lavoro a Maastricht nei Paesi Bassi presso la Mercedez-Benz mi sono trasferito lì per tre anni. Ritornato in Italia ho vinto una borsa di studio per un Master in Risorse Umane che mi ha portato a lavorare per Novartis due anni.
Quali motivi ti hanno portato a lasciare l’Italia?
Sicuramente il desiderio di scoprire cose nuove, la possibilità di usare le lingue che conoscevo e di impararne nuove. La possibilità di immergermi completamente in altre culture.
Di cosa ti occupi?
Linguaggi. Culture. Esperienze…
Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente?
Il lavoro è sempre diverso, come professor d’inglese, manager di Hotel o ostelli, guida turistica, agente turistico e artista di strada. Normalmente cerco di lavorare per gli altri meno di venti ore alla settimana per continuare i miei progetti personali, come imparare una nuova lingua, migliorare la danza con il fuoco ed esperienze di volontariato.
Hai avuto esperienze lavorative in Italia? Se sì, quali differenza hai riscontrato?
Le mie prime esperienze sono state in Italia, molto diverse da quanto vissuti in altri paesi stranieri.
Come ti trovi nel paese in cui vivi? Ti sei integrato nella società?
Mi sono sempre trovato bene in tutti i paesi, eccezion fatta per gli Stati Uniti; un po’ di difficoltà l’ho avuta anche in Germania e Olanda, mentre mi sono sempre trovato meravigliosamente nei paesi di cultura latina, come Spagna, Brasile e Messico. È stato molto difficile anche in Marocco, ma allo stesso tempo affascinante.
Quali difficoltà hai riscontrato?
I costumi, le priorità ed i valori sono sempre diversi, quindi bisogna sempre adattarsi e allo stesso integrare le proprie conoscenze con il nuovo ambiente.
In quali altri paesi hai vissuto? Come ti sei trovato dal punto di vista lavorativo?
Dopo le esperienze in Germania e in Olanda, dove ho lavorato molto ed in modo ben organizzato, ho deciso di andare a vivere a Barcellona nel 2009, dove ho preso il TEFL (Certificato per insegnare Inglese) e ho lavorato come professor d’inglese per tre anni nella città catalana. Barcelona è rimasta la città base per due anni e in estate lavoravo nel settore turistico, così come durante gli inverni in Brasile e Stati Uniti. Nel 2014 e nel 2015 invece sono stato a Berlino e dopo ho cominciato nuovamente a viaggiare facendo volontariato e vivendo ogni 3 o 6 mesi in luoghi diversi come: Granada, Messico, Tailandia, Marocco. In tutte queste occasioni molto è stato lasciato al caso, mentre il lavoro è stato raramente intenso.
Ti manca qualcosa dell’Italia? Cosa?
Niente… ritorno in Italia dalle tre o cinque volte all’anno. È come se tornassi in vacanza, quindi mi vivo sempre il meglio. Non mi manca la cucina italiana, ho imparato a cucinare e gli ingredienti basici si trovano ormai dappertutto. Le culture latine in cui ho vissuto sono molto simili a quella italiana, tanto da non farmi sentire troppo la mancanza.
E invece, che progetti hai per il futuro?
Il futuro è improvvisazione: ho accumulato esperienze diverse nel passato ed ora le unirò e userò le più adatte al momento e al luogo e soprattutto ai miei gusti.
Pensi che un giorno tornerai in Italia?
Questo lo sa solo Allah direbbero in Marocco. In realtà penso di non aver mai lasciato l’Italia, mi sento più come un satellite che sta orbitando intorno al mio paese d’origine, faccio parte della generazione che non crede molto alle bandiere.
Dopo quelle a Marco Zanatta, Nicholas Vecchietti, Silvia Camboni, Alice Gambato, Fabio Sai, Matteo Lattuada, Luciano Amadei, Antonio Buccinnà, Patrizia Dellea, Fabiana Sala, Giorgia Parodi, Emanuele Marano, Wilmer Turconi, Roberto Zanaldi, Serena Fortuna, Michel Andreetti, Giuseppe Scalese, Francesca Sai, Iros Barozzi, Rosita Cordasco, Federico Folcia, Alessio Badiali, Marco Chimini, Mark Masneri, Maria Giovanna Folci, Chiara Tepsich, Gabriele Romano, Cristian Massa, Mattia Stragapede, Roberto Brambini, Serena Fiorillo, Serena Martinelli, Ramona Cerinotti, Luca Maremmi, Dario Caputo, Mirco Zanini, Andrea Farace, Antonio Arcieri, Lorenzo Bina, Elena Argenton, Stefano Belluz, Carol Baggiolini, Paolo Russo, Loris Meot, Lea Canella, Diana Cossi, Beatrice Berutti, Stefano Berutti, Emanuele Rocca, Lorenzo Mandelli, Serena Morandi, Roberta Mangano, Niccolò Contini, Agnese Palermo, Alessia Musso, Marco Oggian e Michele Stefano Piccolo questa è la 59esima testimonianza della nostra rubrica “Luinesi all’estero”.
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