Rotterdam | 26 Febbraio 2017

“Luinesi all’estero”: Lorenzo Bina ricercatore a Rotterdam, studia il sistema nervoso

"Vivere in Olanda é molto facile, tutto funziona in maniera efficiente e Rotterdam é una città in forte crescita soprattutto da una ventina d’anni"

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Dopo l’intervista fatta ad Antonio Arcieri, domenica scorsa, ecco un’altra testimonianza per la nostra rubrica “Luinesi all’estero”. Questa volta è stato Lorenzo Bina a raccontarsi. Lorenzo attualmente si trova a Rotterdam ed è ricercatore presso il Dipartimento di Neuroscienze della città olandese dove, insieme ad un gruppo di ricerca, studia la sindrome di Angelman, l’autismo, l’epilessia e i disturbi cerebellari. Continuiamo così a raccontare i tanti concittadini del territorio che si sono trasferiti in terra straniera per cercare lavoro, fare esperienze diverse e provare ad avere un futuro migliore e più stabile. 

Raccontaci di te… Quando sei andato via dall’Italia? Dove vivi?

Il mio primo spostamento da Luino é stato nel 2009 quando mi sono trasferito a Pavia, dove mi sono iscritto alla facoltà di Neurobiologia. Come molti altri studenti ho sempre ritenuto la possibilità di un’esperienza all’estero un’importante opportunità di crescita personale in senso lavorativo e sociale. Tuttavia, forse per la pigrizia nel non voler interrompere la mia carriera, dal momento che un trasferimento all’estero può sembrare più complesso di quanto lo sia nella maggior parte dei casi, ho sempre procrastinato la mia decisione. Era il 2014 quando al programma Erasmus sono state apportate importanti modifiche tra cui la possibilità di usufruirne per un certo numero di mesi anche dopo il conseguimento del titolo. In questo modo con meno pensieri e pressioni in testa tale progetto può essere sfruttato appieno come trampolino di lancio nel mondo del lavoro. A maggio 2015, due settimane dopo il conseguimento della laurea, ho iniziato il mio tirocinio presso l’Erasmus Medical Center di Rotterdam (EMC). Otto mesi dopo il mio arrivo e un mese prima dello scadere del mio tirocinio, mi è stato offerto di restare in Olanda per continuare e approfondire quello che avevo iniziato, con un contratto di lavoro e la possibilità di conseguire il dottorato. Ho accettato subito, senza pensarci due volte.

Quali motivi ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Non certo il bisogno di vivere in un posto umido ma ventoso, senza montagne ma con scale ripidissime, e dove parlano l’Olandese. Se si pensa però a quanto ci si può sorprendere durante una settimana di ferie in un altro paese non è difficile immaginare quanto possa essere interessante viverci per un po’ ed entrare a far parte della sua quotidianità. In quanto biologo ovviamente la possibilità di ritrovarsi all’estero è sempre stata dietro l’angolo e suggerita da molti; lavorare nella ricerca richiede strutture all’avanguardia e fondi derivanti dalla consapevolezza da parte dello stato che proprio la ricerca è ciò che permette di progredire, risparmiare e migliorare la qualità della vita, e gli olandesi lo hanno capito. Inoltre confrontarsi con colleghi provenienti da tutto il mondo arricchisce di nuovi punti di vista e facilita la crescita professionale. La scelta di uscire dall’Italia due anni fa infine ha avuto lo scopo di aumentare il contrasto tra la chiusura di un capitolo ovvero la mia vita da studente e quello che sarebbe venuto dopo, qualsiasi cosa fosse.

Di cosa ti occupi?

Il Dipartimento di Neuroscience dell’EMC è composto da diversi gruppi di ricerca i quali collaborano attivamente su tematiche a sfondo clinico, come la sindrome di Angelman, l’autismo, l’epilessia e i disturbi cerebellari, e di ricerca di base sul funzionamento di alcune delle principali strutture del sistema nervoso e sul loro coinvolgimento in tali patologie. Il gruppo di cui faccio parte, composto da ingegneri, matematici, medici e neurobiologi, si occupa principalmente dello studio della corteccia cerebellare, del suo ruolo all’interno del circuito cerebello-cortico-talamico e delle implicazioni che possono derivare dal malfunzionamento di tale struttura. A tal fine l’intero gruppo si avvale di tecniche elettrofisiologiche, di imaging e comportamentali originali e all’avanguardia.

Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente?

Sarò sempre grato ai miei supervisors per le responsabilità che da subito mi hanno affidato: nonostante l’università di Pavia sia nota qui in dipartimento, al mio arrivo ero del tutto sconosciuto a chiunque e non mi aspettavo di poter lavorare fin da subito in maniera così indipendente. Quello che più mi ha affascinato è il valore che qui assume la creatività. In laboratorio non c’è tempo per annoiarsi. Lavoro con strumentazioni di precisione tanto costose quanto delicate, lavoro con topi, piccoli colleghi ancora più delicati, e questo richiede tanta attenzione. Passo ore al computer a volte proiettato in un mondo di numeri e puzzle da riordinare e altre a leggere messaggi di errore. Ogni settimana non mancano i meeting i quali sono in genere molto interattivi e stimolanti specialmente ora che ho migliorato il mio inglese. Trovo le mie giornate piuttosto gratificanti e quando non lo sono trovo colleghi da sfidare a calcetto o che mi aiutano a prendere a testate un monitor.

Hai avuto esperienze lavorative in Italia? Se sì, quali differenza hai riscontrato?

L’unica esperienza in laboratorio é stata per me l’internato di tesi, non la prenderei in considerazione per un paragone con quello che é il mio lavoro oggi quanto più per un paragone con il lavoro svolto dai tesisti all’EMC. Mentre nelle università italiane la figura del tesista generalmente affianca il supervisor in quello che é il progetto in corso d’opera, a volte più come spettatore che non come figura attiva, gli studenti qui entrano attivamente a far parte di un gruppo di ricerca: dalla stesura del progetto concordato con il professore, alla parte sperimentale, all’analisi dettagliata dei dati raccolti, lavorano in maniera indipendente e non affiancano ma vengono affiancati dalle figure più esperte.

Come ti trovi nel paese in cui vivi? Ti sei integrato nella società?

Vivere in Olanda é molto facile, tutto funziona in maniera efficiente e Rotterdam é una città in forte crescita soprattutto da una ventina d’anni. Oltre al grande centro di ricerca ospedaliero di cui faccio parte la città ospita numerosi studi di architettura e design, diverse sedi universitarie, un accademia di musica, danza e circo nonché il porto maggiore nel mondo per quantità di merci scambiate. Funzionalità e offerta lavorativa, insieme con i vizi e le libertà per cui l’Olanda é nota, contribuiscono a generare una società accogliente, internazionale e collaborativa nella quale mi trovo oggi perfettamente integrato, formata da persone molto socievoli in cui responsabilità lavorative e spirito festaiolo si alternano ogni giorno appianando differenze di età e di origine. Trovo tale substrato sociale particolarmente adatto ad accogliere un italiano all’estero.

Quali difficoltà hai riscontrato?

I primi mesi sono stati molto intensi: ho iniziato il tirocinio due giorni dopo il mio arrivo, ho comprato la mia prima bici dopo una settimana e ho trovato casa dopo due. Parlare a malapena l’inglese non aiutava e nonostante le giornate fossero fin troppo piene trovavo momenti per domandarmi dove fossero tutte le persone che ho avuto intorno fino a poco tempo prima. Ma la città e le persone che ho incontrato mi hanno da subito accolto e aiutato e le difficoltà, se così si possono chiamare, hanno avuto vita breve.

Ti manca qualcosa dell’Italia? Cosa?

Diciamo che non trovare un reparto pasta al supermercato e passare la mia prima estate senza pantaloni corti é stato irritante, non ricevere stuzzichini quando ordini una birra in orario aperitivo é tutt’ora deludente e dover spiegare come preparare un Negroni lo é anche di più, quando sei un luinese. Stare all’estero mi ha insegnato quanto di italiano ci può essere in una persona e ad apprezzare e sorridere per il modo in cui lo esprime. E poi chiaramente mi manca il piacevole fresco della montagna o del lago in una giornata di sole vero, e il piacere di essere a ‘’casa’’. Fortunatamente anche qui ho trovato chi capisce la mia nostalgia e con cui posso condividere qualche ricordo del lago: Dick Jaarsma (in foto), professore del dipartimento di Neuroscienze, é nato proprio a Luino e per diversi anni ha girato le nostre zone. Piacevole sorpresa é stata incontrarlo al mio arrivo e parlare del lago con lui in un perfetto italiano.

E invece, che progetti hai per il futuro?

In questo momento nessuno, nel senso che mi trovo esattamente a metà contratto lavorativo. É un periodo piuttosto pieno di impegni e di novitá, in cui anche pianificare le vacanze risulta problematico e miei progetti per il futuro arrivano alla settimana successiva; per questo motivo credo di essere in uno dei momenti migliori per godermi ciò che ho ottenuto finora, mettere una marcia in più al lavoro e mantenere la concentrazione.

Pensi che un giorno tornerai in Italia?

Pochi dei colleghi che ho avuto finora qui a Rotterdam e hanno concluso sono ‘’tornati”, tanti hanno continuato a ‘’muoversi’’; credo che chi vuole lavorare nel mio campo in maniera competitiva e dignitosa non possa parlare di decidere quanto più di scommettere. Quello che so é che fintanto che il mondo della ricerca continuerà ad affascinarmi non mi sposterò da lì

Dopo quelle a Marco ZanattaNicholas VecchiettiSilvia CamboniAlice GambatoFabio SaiMatteo Lattuada, Luciano AmadeiAntonio BuccinnàPatrizia DelleaFabiana SalaGiorgia ParodiEmanuele MaranoWilmer TurconiRoberto ZanaldiSerena FortunaMichel AndreettiGiuseppe ScaleseFrancesca SaiIros BarozziRosita CordascoFederico FolciaAlessio BadialiMarco ChiminiMark Masneri, Maria Giovanna Folci, Chiara TepsichGabriele Romano, Cristian MassaMattia StragapedeRoberto BrambiniSerena FiorilloSerena Martinelli, Ramona Cerinotti, Luca Maremmi, Dario CaputoMirco ZaniniAndrea Farace e Antonio Arcieriquesta è la trentanovesima testimonianza della rubrica “Luinese all’estero”. Continueranno le interviste ad altri luinesi che vivono e lavorano tra Europa, America, Africa, Asia e Australia.

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