Costa Brava | 19 Febbraio 2017

“Luinesi all’estero”: dalla “De Filippi” di Varese, Antonio Arcieri chef in Spagna

"Mi manca l’Italia in generale, mia madre, mio padre, mia sorella e quei disgraziati dei miei amici, che anche se non mi chiamano mai, sono sempre nei miei pensieri"

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A poco più di un mese dall’ultima intervista della rubrica “Luinesi all’estero”, torniamo oggi con la trentottesima testimonianza, quella di Antonio Arcieri, che dal 2007 si è trasferito in Costa Brava dove è diventato chef, dopo aver lavorato per anni al fianco del rinomato Ferran Adriá. Oggi Antonio è lo chef dell’Hotel Alàbriga 5 stelle in Costa Brava, con un futuro molto ambizioso. Continuiamo così a raccontare i tanti concittadini del territorio che si sono trasferiti in terra straniera per cercare lavoro, fare esperienze diverse e provare ad avere un futuro migliore e più stabile. 

Raccontaci di te… Quando sei andato via dall’Italia? Dove vivi?

Mi chiamo Antonio Arcieri, germignaghese quasi doc, Ho 29 anni e faccio lo chef. Sono andato via dall’Italia l’8 luglio del 2007, appena finita la scuola alberghiera “De Filippi” di Varese. Ormai da 10 anni vivo in Spagna in Costa Brava.

Quali motivi ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Nei primi anni del 2000, quando ho iniziato a frequentare la scuola alberghiera varesina, in Spagna “cuoceva” qualcosa di grande. Un genio chiamato Ferran Adriá (per cui ho avuto l’onore di lavorare, nella cucina del suo ristorante stellato “El Bulli”), stava sorprendendo tutti con una cucina ultra moderna. Così, cominciai a seguirlo. Ancora non vi erano i social e si seguiva tutto su articoli, riviste e qualche foto di google. Mi convinsi che volevo formarmi a livello professionale in Spagna e finita la scuola volai la stessa notte per la Spagna per viver quella che poi venne definita “rivoluzione spagnola”.

Di cosa ti occupi?

Detto in parole semplici faccio il cuoco. Ho iniziato nel ristorante “Miramar” di Paco Perez come stagista. Paco è un fenomeno, mi innamorai subito della sua filosofia, ai tempi il suo ristorante aveva solo una stella Michelin. Poi piano piano mi sono fatto spazio nella sua cucina diventando capo partita e sous chef. Ho avuto anche l’opportunità di lavorare nel suo ristorante di Berlino, dove mi sono occupato di formare lo staff per l’apertura, e un anno dopo arrivò la stella anche lì. Ho fatto un paio di stage ne “El Bulli” di Ferran Adrià e nel “Azurmendi” di Eneko Atxa, entrambi stellati. E adesso, dopo dieci lunghi anni di gavetta, sono lo chef dell’Hotel Alàbriga 5 stelle in Costa Brava, con il marchio di Paco Perez ed un futuro molto ambizioso.

Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente?

Mi sveglio pensando già a cosa cucinare. Mi piace entrare in cucina per primo. Accendere le luci e aprire il gas è diventato un rito per me. Incomincia ad arrivare tutta la famiglia e si analizza il giorno precedente, valutando le cose da migliorare e anche le cose fatte bene. Prendiamo un caffè tutti insieme e pronti via, fuori i coltelli e si parte a sfilettare pesce, porzioni di carne, pelare patate, fare il brodo, e chi più ne ha più ne metta. Poi incomincia il servizio. Quando arrivano i clienti ed entra il primo ordine, cresce l’adrenalina e tutto si muove come una danza. Una danza di angeli nell’inferno. Realmente lavorare nell’alta gastronomia è da folli scatenati… lo stress e la tensione sono sempre al limite del controllo, ma è talmente meraviglioso che non posso farne a meno. Paragonabile a uno sport estremo, probabilmente.

Hai avuto esperienze lavorative in Italia? Se sì, quali differenza hai riscontrato?

Mentre studiavo, in estate e nei fine settimana, lavoravo nell’ormai dimenticato “Nadir” di Germignaga. Ovviamente il cambio è stato enorme. Non tanto per il paese, ma solo perché da una pizzeria sono passato a lavorare all’interno di cucine di ristoranti stellati.

Come ti trovi nel paese in cui vivi? Ti sei integrato nella società?

In Spagna mi trovo bene. Amo la Costa Brava, amo il mare e amo quell’odioso vento chiamato Tramontana. Integrato? Sì, al 100%, ormai sono tanti anni che vivo come uno spagnolo. Mi sono talmente integrato che a volte mi dimentico alcune parole in italiano…

Quali difficoltà hai riscontrato?

All’inizio la difficoltà principale era la lingua. Un bel caos. Mi ricordo che mi chiedevano di portare delle mele in cucina e portavo delle melanzane. Ma poi alla fine entri nella dinamica e piano piano si impara.

In quali altri paesi hai vissuto? Come ti sei trovato lavorativamente parlando?

Ho vissuto sette mesi in Germania a Berlino. Come dicevo ero responsabile della formazione dello staff del ristorante “5 by Paco Perez”. Mi sono trovato bene anche perché la brigata era principalmente formata da cuochi spagnoli, ma con i tedeschi ho fatto un po’ più fatica. Sono quadrati sul serio. In generale, però, è stata un’esperienza super positiva e in situazioni come queste finisci sempre per imparare e apprezzare un’altra cultura. Parlando di cultura mi riferisco anche ai modi diversi di lavorare e relazionarsi con persone di altri paesi.

Ti manca qualcosa dell’Italia? Cosa?

Mi manca l’Italia in generale, mia madre, mio padre, mia sorella e quei disgraziati dei miei amici, che anche se non mi chiamano mai, sono sempre nei miei pensieri. Poi mi manca la piadina e le estati al lago. L’aperitivo al Clerici e la partitella a Brezzo. E come non ricordare con malinconia il “Se brusa el vech” al Cantun e il mercato del mercoledì? Sono quelle cose scontate, ma così tipiche, che quando da anni sei fuori da questa routine ne senti la mancanza.

E invece, che progetti hai per il futuro?

Per il futuro? Bella domanda… Anni fa avrei risposto sicuro delle mie ambizioni e con molta sicurezza. Ma adesso crescendo, quando si parla di futuro, sono tante le domande che mi pongo. Anche se, in un futuro non molto lontano, mi piacerebbe avere un mio ristorante.

Pensi che un giorno tornerai in Italia?

Ovviamente ci penso molto. Mi piacerebbe davvero tanto tornare a casa e poter avere il mio ristorante sul nostro lago Maggiore, e magari poter cucinare per la mia gente. Però, per il momento, ho dei progetti da portare avanti qui in Spagna. E poi per creare il ristorante che ho in mente sto cercando un socio con cui condividere sogni e sacrifici.

Dopo quelle a Marco ZanattaNicholas VecchiettiSilvia CamboniAlice GambatoFabio SaiMatteo Lattuada, Luciano AmadeiAntonio BuccinnàPatrizia DelleaFabiana SalaGiorgia ParodiEmanuele MaranoWilmer TurconiRoberto ZanaldiSerena FortunaMichel AndreettiGiuseppe ScaleseFrancesca SaiIros BarozziRosita CordascoFederico FolciaAlessio BadialiMarco ChiminiMark Masneri, Maria Giovanna Folci, Chiara TepsichGabriele Romano, Cristian MassaMattia StragapedeRoberto BrambiniSerena FiorilloSerena Martinelli, Ramona Cerinotti, Luca Maremmi, Dario CaputoMirco Zanini e Andrea Farace questa è la trentottesima testimonianza della rubrica “Luinese all’estero”. Continueranno le interviste ad altri luinesi che vivono e lavorano tra Europa, America, Africa, Asia e Australia.

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