In seguito all’incontro di sabato 22 ottobre tenutosi a Palazzo Verbania a Luino, sono emerse diverse criticità riguardanti il nostro territorio. Tra di esse, l’andamento di commercio e turismo nel Luinese, come spiegato da Franco Vitella, presidente Confcommercio Ascom Luino, e le difficoltà a cui devono far fronte imprenditori e lavoratori, argomento portato al tavolo da Giovanni Locatelli (Ratti Luino Srl), noto imprenditore locale.
Un altro tema di rilievo è sicuramente quello riguardante l’accordo Italia-Svizzera del 2020 per il lavoro transfrontaliero nei “Comuni di fascia”, a cui ha dato voce Massimo Mastromarino, presidente dell’Associazione Comuni Italiani di Frontiera e sindaco del Comune di Lavena Ponte Tresa.
Accordo Italia-Svizzera del 1974
Il nuovo accordo, firmato da Italia e Svizzera il 23 dicembre 2020, entrerà in vigore l’anno successivo alla ratifica dello stesso da parte dei due parlamenti, perciò a gennaio 2023, o 2024, ed andrà a sostituire quello attualmente in vigore, risalente al 1974.
«L’accordo del 1974 fu un accordo speciale – spiega Mastromarino -, attraverso cui si è attuato il federalismo fiscale per la prima volta. È nato per far fronte alla crescita esponenziale dei lavoratori transfrontalieri nel 1972, che generavano ricchezza in Svizzera, ma non in Italia, e per far sì che i “Comuni di fascia” ricevessero una compensazione finanziaria, i cosiddetti “ristorni”, per la realizzazione di opere e servizi pubblici proprio per quelle persone residenti in zone italiane di confine, ma soggette a lavoro dipendente in Svizzera. Quello del ’74 – prosegue il presidente dell’Associazione Comuni Italiani di Frontiera – è sicuramente stato un accordo lungimirante a quel tempo, ma a cinquant’anni dalla sua introduzione e di fronte all’ulteriore aumento nel tempo del numero di frontalieri è diventato obsoleto».
Il numero dei lavoratori italiani oltre confine ha, infatti, continuato a crescere nel corso degli anni: «I “Comuni di fascia” sono circa trecento e il numero di frontalieri è tra i 65mila e i 75mila – spiega Mastromarino -, di cui il 90% in Canton Ticino. Tenendo poi conto di circa 10mila lavoratori che provengono dalle zone milanesi e, per tale motivo, non rientrano nei “Comuni di frontiera” e sono già soggetti a tassazione ordinaria».
Nuovo accordo
Il nuovo accordo mantiene invariato lo scopo principale, ovvero quello di evitare una doppia imposizione sui redditi generati in territorio svizzero da lavoratori italiani, ma apporta diverse modifiche al precedente.
Innanzitutto, introduce una distinzione tra gli “attuali” ed i “nuovi frontalieri”: «Chi è già frontaliere continuerà ad essere tassato secondo la vecchia normativa – spiega Mastromarino -. Ciò significa che continueranno a non essere soggetti ad imposizione in Italia, così da non alterare le aspettative sulla qualità della vita. Basti pensare ad un frontaliere che avesse acceso un mutuo e ora vedesse il proprio tenore di vita subire delle riduzioni».
Gli “attuali frontalieri” rientreranno, perciò, nel cosiddetto “regime transitorio” indicato nell’accordo. In virtù di questa distinzione, la Svizzera si impegna a versare ai “Comuni di fascia” una compensazione finanziaria (i.e. ristorni) fino alla fine del 2033, pari al 40% dell’imposta alla fonte prelevata dalla Svizzera.
Per quanto riguarda i “nuovi frontalieri”, ovvero coloro che inizieranno a lavorare in territorio elvetico successivamente all’entrata in vigore del nuovo accordo, Mastromarino puntualizza: «Verranno tassati in via ordinaria in Italia, ma da quella tassazione verrà dedotta l’imposta alla fonte versata in Svizzera».
Ristorni e “Memorandum d’Intesa”
Ristorni garantiti fino al 2033, perciò, in virtù di un “regime transitorio” per chi era già frontaliere al momento dell’entrata in vigore del nuovo accordo.
Non tutti, però, ritengono questo cambiamento benefico per i nostri Comuni, come spiegato da Furio Artoni, capogruppo di Azione Civica per Luino e Frazioni e consigliere comunale: «La mia opinione è che l’accordo concluso con la Svizzera, ed ancora in fase di approvazione, non sia assolutamente benefico per i nostri Comuni, soprattutto dopo il 2033 quando i ristorni dei frontalieri non ci saranno più».
Parrebbero diversi, però, i passi avanti alla luce di questo nuovo accordo. «I ristorni saranno versati fino al 2033 e per un ammontare garantito di quasi 90 milioni di euro – spiega Mastromarino -. Governo, sindacati e Comuni di frontiera hanno inoltre siglato un “Memorandum d’Intesa” che garantisce un innalzamento della “no tax area” a 10mila euro, anziché i 7.500 euro proposti nel 2015-2016, e definisce la non imponibilità degli assegni familiari e la possibilità di dedurre i versamenti per fondi pre-pensionistici».
«Se calcolassimo il reddito medio – prosegue Mastromarino -, tra “no tax area”, deduzioni e somme non imponibili ci renderemmo conto che cambierà poco rispetto a quanto accade oggi agli attuali frontalieri. Il nuovo accordo prevede, inoltre, che vi possa essere un extra-gettito da reinvestirsi per il finanziamento di progetti di sviluppo economico e sociale dei Comuni interessati».
Mastromarino conclude: «Si poteva chiedere di più? Sicuramente, ma questo accordo è comunque un passo avanti. La nostra economia è transfrontaliera e dobbiamo esserne consapevoli. L’essere un territorio di frontiera ha generato alcune disparità, ma anche opportunità per creare infrastrutture sociali e territoriali, compensando il fatto che il mercato dei frontalieri abbia spostato il lavoro verso la Svizzera».
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