Cunardo | 23 Agosto 2020

Sagome cunardesi, la vera storia del “Togn del Makallè”

Dopo il racconto del personaggio in "Come eravamo", a cura di Giorgio Roncari, interviene una parente, smentendo l'immagine dell'uomo rude e violento

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Loretta Zilioli, parente del “Togn del Makallè” protagonista di una puntata della rubrica “Come eravamo”, a cura di Giorgio Roncari. La donna interviene per smentire alcuni passaggi del racconto fatto nella rubrica, ricostruendo alcuni tratti centrali nella biografia del bisnonno – quelli resi celebri dalle cronache locali e dalle voci di paese – sulla base di testimonianze raccolte all’interno della famiglia. 

Ho letto , con curiosità l’articolo di Roncari “Come eravamo”, lo Schenafregia e il Togn del Makallè: sagome cunardesi di inizio Novecento “. Diciamo che sono parte in causa: Antonio Zilioli era il mio bisnonno e, per dovere di cronaca, vorrei dare delle notizie più precise riguardo la vita, che oggi si definirebbe avventurosa, di questo personaggio.

Nato nell’alta bergamasca, rinomato casaro, approda in Valganna per occuparsi di formaggi, e qui conosce Ostinelli Matilde .La mia bisnonna, Matilde appunto, era la proprietaria della Fattoria “Maccalè” che comprendeva: la Casa padronale che ancora oggi si può ancora vedere sulla provinciale (dove c’e’ la fermata dell’autobus di linea); le Stalle per il ricovero degli animali con i locali che ospitavano i mezzadri, costruzione ora ristrutturata a civile abitazione, posta all’interno della proprietà; il mulino (quello che e’ stato definito erroneamente ” un bettolino sorto all’inizio del ‘900″), e che invece era una robusta costruzione, datata 1760, un mulino appunto, con tanto di ruota, costruito nel 1760 dagli antenati della bisnonna, la cui ruota, rimasta in loco fino agli anni Cinquanta, fu poi venduta da mio nonno al signor Pavoni.

Annessa al mulino, l’abitazione per il mugnaio venduta in tempo della Seconda guerra a sfollati di Milano. La bisnonna, appunto Matilde Ostinelli, sorella di Mons. GiovanBattista Ostinelli, parroco di Gironico dal 1882 al 1935, nubile, alla veneranda eta’ di trentotto anni incontra questo “animale” alto due metri, se ne innamora e lo sposa.

Quindi “il Togn” non era, come afferma Roncari nell’articolo, “uomo d’ordine’ della bettola, un animale alto due metri e largo uguale con una forza erculea capace di sostituire un bue sotto al carro del fieno. Un sacramento bergamasco che metteva paura solo a vederlo, duro di comprendonio, a cui le cose non entravano in testa nemmeno col martello. Oltre che individuo di fatica e di fiducia al Makallè,” Ma era il proprietario o perlomeno il marito della proprietaria.

Pensate che quest’uomo amava a tal punto la moglie (la bisnonna aveva circa vent’anni anni in più) che, per farle piacere, partiva da Cunardo ogni mattina e andava a Varese per comperarle il pane, perché quello che facevano a Cunardo pare non fosse di gradimento della sua sposa.

Personalmente ho avuto il piacere di conoscere uno dei suoi mezzadri, Carmelo Andreani, detto semplicemente “Carmel” di Mondonico, il quale si vantava di aver collaborato con una persona tanto buona a di animo caritatevole, pronto ad intervenire in soccorso di chi avesse bisogno (e non un animale come viene definito nell’articolo dal Roncari). Dal suo matrimonio nacque un figlio che, contrariamente a ciò che si possa pensare, considerata la natura “ignorante e caparbia” del Togn, venne fatto studiare da ragioniere, ed il tapino diventò in seguito impiegato nientemeno che all’Ufficio d’Intendenza di Finanza di Como.

Il Togn sicuramente non era uno che si faceva mettere i piedi in testa, non sopportava i soprusi, e, purtroppo, non aspettava che gli fosse data ragione, si faceva giustizia da sé. Il fatto che avesse dato fuoco all’osteria, non di Cunardo ma di Casa nuova , fu dovuto al fatto che i proprietari erano politicamente opposti alle sue idee di libertà (stiamo parlando del ventennio fascista) e il bisnonno pare non fosse d’accordo su alcune imposizioni, pertanto si fece giustizia a modo suo.

Atti certamente non giustificabili, ma che vanno comunque inseriti prima di tutto in un contesto storico: “Credere, obbedire, combattere” se non sbaglio era il motto dei tempi. Il Togn credeva in se stesso, in quanto ad obbedire non credo fosse proprio dell’opinione di soggiacere a leggi capestro, in quanto a combattere, beh, a suo modo ha combattuto. Non ultimo, consideriamo poi che era uno “straniero”per la comunità cunardese: veniva dalla bergamasca.

Dell’attività “libertina” della “bettola”, come Roncari la definisce, non so nulla, non mi sono arrivate notizie e, comunque, ammesso che ci fosse tale attività, non riguardava sicuramente l’inizio del ‘900, perché’ mia mamma, cunardese da generazioni, classe 1922, non ne ha memoria. Di sicuro so che il nome Makallè non fu dato a quella parte di proprietà, ma alla casa padronale, così come la bisnonna fu soprannominata la “Regina Taitù”, in quanto molto autoritaria e poco avvenente

Un’altra inesattezza riportata riguarda la torre merlata (“col tempo la bettola chiuse, l’edifico subì lavori e poco ora si vede delle originarie merlature”). E’ ancora lì e la merlatura e’ stata un’idea di mio nonno, figlio del Togn, che negli anni Quaranta, avendo venduto la casa del Mugnaio, aveva ristrutturato il mulino per adibirlo ad abitazione per la sua famiglia.

Negli anni Settanta mio padre, uno dei nipoti del famoso Togn, ha rimesso a nuovo la casa, trasformandola internamente, cambiando ben poco l’esterno, tant’è che ha ancora la solida struttura rettangolare di mulino, con i muri spessi di sasso. Per ciò che riguarda il tentato omicidio, di cui si fa menzione nel racconto, avrei da commentare , ma visto che non sono stati pubblicati particolari, mi riservo i commenti.

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