Italia | 12 Marzo 2023

“Come eravamo”: telefoni, cellulari e smartphone

Una storia lunga un secolo, uno strumento che segna lo scorrere del tempo più di molti altri. Chi ancora si ricorda come si fa ad “alzare la cornetta”?

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(A cura di Giorgio Roncari) Uno dei riferimenti per misurare quanto velocemente passi il tempo, è il telefono. È stupefacente scoprire come la generazione del terzo millennio non sappia com’era fatto un vecchio apparecchio, come si selezionava un numero né tanto meno cosa significhi “alzare la cornetta”.

Il telefono arrivò nei nostri paesi circa un secolo fa ma per cinquant’anni ebbe una diffusione limitata a pochi benestanti che potevano permettersi la spesa folle per un apparecchio in casa. Per la gente comune c’era il recapito telefonico; ogni paese aveva il suo ma si andava solo per cose urgenti perché era costoso, soprattutto con le interurbane quando il contascatti pareva una mitraglia.

Il telefono pubblico funzionava che il titolare, ricevuta la telefonata, ti veniva a chiamare a casa avvisandoti che avrebbero richiamato dopo una mezzoretta e tu andavi ad aspettare impaziente. Alla sera le centraline venivano prese d’assalto dalle mamme dei soldati di leva – altra istituzione sconosciuta all’ultima generazione – che facevano la coda per ricevere la telefonata dal figlio militare. Poi arrivarono le cabine a gettoni messe nelle strade e nelle piazze e fu più facile telefonare. Il gettone telefonico, finché non fu sostituito dalla tessera, è costato sempre 50 £, un’eccezione nell’inflazione galoppante di quei decenni.

Il telefono era stato una grande invenzione per l’umanità e ci avevano raccontato che, per farlo funzionare, avevano invaso il mondo di cavi che correvano per migliaia di migliaia di chilometri, sotto terra, appesi sui pali e su muri, posati sul fondo degli oceani, insomma un lavorone di bestia. I primi telefoni erano delle cassette a muro, con microfono a campana e ricevitore a cornetta; bisognava far girare una manovella e una centralinista, armeggiando con vari spinotti, ti metteva in contatto con chi desideravi. Roba che io non ho mai visto se non nei vecchi film americani.

Poi arrivarono quelli da tavolo, di bachelite, più snelli ed eleganti, quasi dei soprammobili, per norma neri ma che con qualche soldo in più, potevi avere in bianco o grigio. Non c’era più bisogno della centralinista, giravi una rotella sforacchiata e numerata e prendevi la comunicazione. Per risparmiare, la Stipel, la società che gestiva il servizio da noi prima della Sip e della Tim, aveva messo a disposizione il duplex, una linea unica per due utenze vicine che però ne condizionava l’utilizzo momentaneo ad una sola delle famiglie. Per evitare che i figli ne facessero un uso smodato, c’era in vendita anche un lucchetto ad hoc. Uno dei punti cardine della vita era la prima telefonata, un avvenimento quasi come la cresima, gli orecchioni o la patente.

Con il benessere degli anni Ottanta, il telefono divenne un bene di uso comune e comparvero i primi telefonini portatili che sembravano mattonelle di carbone con l’antenna, li chiamavano cellulari costavano un capitale: cose snob, un po’ da ‘cagoni’. Era giusto quarant’anni fa.

Da quel momento, però, non ci fu più ritegno, i cellulari divennero sempre più moderni e funzionali e cambiarono letteralmente il modo di comportarsi. Gingilli infernali sempre più sofisticati e irrinunciabili che ti permettono di sapere cosa sta succedendo in ogni parte del globo, comunicare con chi vuoi in qualunque momento, fare foto e video, ascoltare radio e musica e altre mille funzioni e applicazioni.

Ora si chiamano smartphone, ovvero telefoni intelligenti, coi quali puoi interagire coi socialmedia di tutto il mondo legandoti subliminalmente ad un delirio astratto di ubiquità e onnipotenza. Che siano veramente intelligenti però si può anche dubitare dal momento che, parafrasando Umberto Eco, hanno dato potere di parola a legioni di stolti che prima straparlavano solo al bar davanti a un bicchiere di vino, senza nuocere alla collettività. Ma questo la “generazione 2.0.” come fa a saperlo?

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