(A cura di Giorgio Roncari) Negli anni Cinquanta ci furono grosse conquiste tecnologiche come la televisione che portò divertimento e cultura, la lavatrice che risollevò le donne dalle fatiche del bucato nei lavatoi pubblici e il frigorifero che permise di mangiare meglio e più sano.
Fino allora, infatti, era stato un problema conservare il cibo; si erano usati metodi grossolani che arrivavano quasi immutati dai secoli passati, come la muschirola, un telaio pensile rivestito di fine raminato che permetteva di far circolare l’aria e nel contempo tener lontane mosche e insetti, l’essiccazione per molti prodotti, la salatura per altri, l’aceto per conservare verdure e togliere afrori alle carni, la bollitura per il latte, la cenere o la calce per coprire le uova, l’acqua per mantenere le castagne o anche la risciada, delle buche dove mettevano i ricci con le castagne, ed altri procedimenti più o meno empirici.
Venivano in aiuto le giazere, ghiacciaie, ricavate da cantine o buche scavate in terreni umidi da riempire, d’inverno, di neve e acqua così da formare grossi blocchi di ghiaccio che poi, d’estate, spezzettato, andava a finire nei magazzini di macellerie e alimentari. Siccome il ghiaccio aveva un costo notevole, solo i più agiati potevano permettersi in casa la giaziröla, un mobiletto per le vivande, dove venivano messi i pannelli gelati.
Stando in questo modo le cose, si comprava solo il necessario giornaliero: un bastun frances, mezz’eto de giambun (prosciutto), un sidelin de lacc, ‘na bisteca de lumber (maiale), mez liter de vin, un scartozz de zucur (‘fatto su’ obbligatoriamente nella carta celestina), perché poche erano le cibarie scatolate o già confezionate, il più era sfuso, dall’olio alla pasta, dal riso ai salumi, dal vino alle uova, dalle acciughe ai biscotti. Non si andava a far la spesa ma a pruved, intendendo così il provvedere allo stretto necessario e non sprecare nulla, tanto meno il pane ‘che l’è pecà murtal’.
I primi frigider, com’era detto alla francese, il frigorifero, furono acquistati dai negozianti, osterie e alimentari, ed erano degli enormi armadi perché il sistema refrigerante comportava una grande volumetria. Un piccolo frigo da 65 litri teneva parecchio spazio e costava due mesi di paga; avevano anche la serratura perché il cibo era un bene da tenere sotto chiave.
Fu Borghi nella sua Ignis, a metà degli anni Sessanta, a ideare un frigo meno voluminoso applicando alla struttura i profilati in alluminio e il raffreddamento con il poliuretano espanso, rendendo più accessibile anche il costo. Da allora questo nuovo elettrodomestico è entrato nelle case di tutti. Era utile sia per le famiglie che per i produttori alimentari perché ‘il frigo se non lo riempi cosa ce l’hai a fare’, e allora giù a comprare roba.
Poi venne il congelatore, nel quale il cibo si poteva conservare per parecchio tempo e fu la fine della parsimonia e del risparmio, ‘perché se mi arriva qualcuno non posso mica dargli da mangiare l’aria e poi, sia mai, venisse una crisi, par un pò sum a post’. Nessuno ancora aveva sentito parlare di black-out elettici, quelle lunghe mancanze di corrente che, in seguito, manderanno a ramengo parecchie delle scorte e, con loro, tanti soldi.
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