Cunardo | 18 Luglio 2020

“Come eravamo”, lo Schenafregia e il Togn del Makallè: sagome cunardesi di inizio Novecento

I nomi caratteristici di due note località del paese, devono la loro storia alle peripezie di un perditempo truffatore e di un cocciuto e robusto contrabbandiere

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(A cura di Giorgio Roncari) Molti, soprattutto i ciclisti, conosceranno la salita della Schenafregia, quella che da Cunardo sale a Bedero Valcuvia. Così come molti, specialmente di Cunardo, sapranno dov’è il Makallè.

Crediamo però che pochi sappiano le storie che ci sono dietro questi nomi e il perché si chiamino così. A me le ha raccontate, tempo fa, Emilio Mainoli di Ferrera, il quale le aveva apprese dalle narrazioni dal padre, testimone del tempo. Incuriosito feci una ricerca sui giornali dell’epoca e, a conferma, scoprii cose singolari.

Dunque la Schenafregia deve il suo nome ad un tale che, nei primissimi anni del ‘900, aveva preso una cascina con stalla e fienile al Riano di Cunardo, luogo che la tradizione popolare voleva frequentato da streghe, adibendoli ad una mescita di vino. Erano gli anni in cui vennero aperte le tranvie della Valganna e in quella località erano sorte le prime ville.

Si faceva chiamare Schenafregia, o più verosimilmente così lo chiamava la gente, perché era un lenone di quelli che ‘voglia di lavorare saltami addosso e te la faccio appena posso’. Paragonava la sua cantina alla Banca Magistrelli di Milano, che chissà se sia mai esistita, con tanto di soci, consiglieri e cariche diverse e lui come presidente, anche se in effetti l’aveva intestata per convenienza alla donna con la quale viveva. Insomma faceva il balosso ed i primi ad accorgersi furono i fornitori di vino.

Infatti era sua abitudine ordinare una certa quantità di vino, pagarne una quota, e quando il vino arrivava spediva nei paesi vicini personaggi originali e stravaganti che, con grandi e belle parole, garantivano come alla cantina dello Schenafregia ci fosse buon vino a poco prezzo. La cosa funzionava perché in poco tempo le botti si svuotavano. Chiaramente lui si guardava bene dal saldare i vignaioli, rivolgendosi, per un nuovo ordine, ad un altro fornitore.

Non era un sistema che potesse avere lunga vita e infatti, conosciute le sue abitudini, alla fine non trovò più nessun vinaio disposto a farsi fregare: fu così che lo Schenafregia dovette sparire, ma quel poco tempo che aveva animato la vita del Riano, fu sufficiente affinché quella strada prendesse il suo nome.

Anche il Makallè era un bettolino sorto all’inizio del ‘900, in campagna, sulla strada da Cunardo a Ghirla, rinomata per la presenza di alcune donnine e salita alle cronache per un omicidio. Come si chiamasse non si sa, ma siccome aveva il terrazzo merlato a mo’ di fortino, qualche reduce delle guerre d’Abissinia cominciò a chiamarlo ‘Forte Makallè’, come la famosa piazzaforte dove gli italiani resistettero a lungo all’assedio delle truppe del Negus nel 1896.

Questa è l’origine del nome, ma la storia si fa bella raccontando delle avventure del Togn del Makallè’, ‘uomo d’ordine’ della bettola, un animale alto due metri e largo uguale con una forza erculea capace di sostituire un bue sotto al carro del fieno. Un sacramento bergamasco che metteva paura solo a vederlo, duro di comprendonio, a cui le cose non entravano in testa nemmeno col martello. Oltre che individuo di fatica e di fiducia al Makallè, il Togn si arrangiava facendo il contrabbandiere, il cacciatore di sfroso e, al bisogno, anche il ladro, come quella volta che rubò una garitta ai soldati sul Sette Termini, entrandovi e sollevandola di peso, tanto che chi a Cunardo la vide passare, pensava viaggiasse da sola.

Un giorno prese a falcettate un finanziere che, intercettatolo con una bricolla, gli intimò l’altolà. Quello non morì e lui fu preso e inviato al manicomio di Como. Di notte per sicurezza gli legavano mani e piedi, ma una volta riuscì a dilaniare coi denti le bende ai polsi, spaccare le cinghie alle caviglie e fuggire abbattendo una porta, calandosi oltre la cinta con delle lenzuola.

Per un bel po’ si nascose nei boschi che conosceva a menadito, poi sparì. Gli diedero venticinque anni in contumacia. Lo trovarono quattro anni dopo in una cascina nei dintorni di Amsterdam e lo estradarono. Lui raccontò che al processo fu difeso da un avvocato al quale, quando si nascondeva nei boschi, aveva rimesso l’automobile in careggiata dopo che questi era uscito di strada. L’aveva fatto con la sua forza ursina, appoggiando la schiena all’auto, puntando i piedi, tendendo tutti i muscoli e con gli occhi fuori dalle orbite.

Le cronache dei giornali dicono che l’avvocato sollevò il dubbio che l’accoltellatore del finanziere, non più così sicuro di riconoscerlo dopo tanto tempo, potesse essere un altro, il che gli valse l’assoluzione. Una delle sue ultime peripezie fu quando, oramai quasi sessantenne, i carabinieri andarono a prelevarlo al Makallè con l’accusa di aver dato fuoco ad un’osteria del paese per vecchie ruggini. Lo trovarono scalmanato che, dalla cascina, lanciava loro tegole a tutto spiano e, per venirne a capo, dovettero dar fuoco allo stabile, stando a come la raccontava lui.

Col tempo la bettola chiuse, l’edifico subì lavori e poco ora si vede delle originarie merlature, ma il nome di Makallè, quello si è tramandato. Ah! Lo Schenafregia si chiamava Giovanni Arrigoni, il Togn del Makallè Antonio Zilioli, il finanziere Angelo Cicerchia.

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