(A cura di Giorgio Roncari) “Benis! Benis!” gridavamo da bambini sul sagrato della chiesa all’uscita degli sposi, e quando qualcuno dei parenti o invitati li lanciava, tra noi bambini era una lotta senza esclusioni di colpi, tutti presi a raccoglierne da terra più che ne potevamo, schivando gambe e piedi, tuffandoci a pesce per rubarne uno ad un amico e pazienza se ci sbucciavamo le ginocchia. Ci riempivamo le tasche e prima ancora la bocca.
I benis, per chi non lo sapesse, da noi sono i confetti, e già immaginiamo gli igienisti d’oggidì inorridire davanti a quell’usanza tutt’altro che salutare, ma per noi allora il problema non si poneva, una soffiata e via in bocca. Del resto i benis erano una leccornia che si poteva gustare solo quando c’era un matrimonio, e gli sposi si premuravano bene di accontentare la gente del paese, confluita ad auspicare loro la buona fortuna. Il termine ‘benis’ pare infatti che derivi da ‘benedis’ nella sua forma augurale.
La loro storia sembra derivi addirittura dall’antica usanza latina di regalare frutta secca e mandorle agli sposi. Divennero il bon bon che conosciamo ora solo dopo la scoperta dell’America quando fu più facile reperire lo zucchero col quale, una volta caramellato, veniva ricoperta la frutta secca e soprattutto le mandorle. Chiaramente erano squisitezze solo per le corti nobili o per le famiglie ricche le quali, invertendo l’usanza, cominciarono a regalarli agli invitati.
Per il popolino l’abitudine di offrire confetti è abbastanza recente, sorta nel secolo scorso quando fu meno miserando il vivere e ci si poteva permettere qualche lusso. Altre cerimonie vennero in seguito celebrate coi benis, ognuna con la propria colorazione e se quelli per gli sposalizi, le comunioni e le cresime sono bianchi; per i battesimi sono azzurri per i maschietti e rosa per le femminucce, per la laurea rossi, per la maggiore età verdi, mentre sono d’argento o d’oro per festeggiare i 25 e 50 anni di nozze. In fatto di matrimoni, poi, se andate a vedere ci troverete tutta una gamma di colori, ogni lustro il suo che va dal fuxia per i 5 anni, al bianco diamante per i 60 anni, passando dal ‘color luce’ – tinta per me misteriosa – per il ventennale.
Per scaramanzia i confetti vanno sempre regalati dispari ed il numero perfetto, da imbustare in un sacchettino o una bomboniera, sono sempre stati cinque.
Il lancio dei benis fuori dalla chiesa oramai non si fa quasi più, è stato sostituito dal riso, gettato però agli sposi. Già il riso, diventato immancabile nei moderni matrimoni a volte fino all’esagerazione. Ho sentito di qualcuno che ha addirittura noleggiato una gru per spargerne dall’alto una quantità industriale sugli invitati.
Se vai su internet, tutti i siti che parlano di quest’usanza del riso dicono che risale ad antiche pratiche orientali o romane, che usavano invece il grano, in entrambi i casi per augurare fertilità. Ma quali usanze antiche? Mi domando. A me pare una cosa estremamente recente, successiva al boom industriale perché prima chi mai si era sognato di spendere soldi per sperperare cibo. Sarebbe stato più conveniente dei coriandoli, ma anche quelli costavano.
Ritengo che il riso, una volta diventati “ricchi”, sia entrato nelle cerimonie matrimoniali per una questione di pura omonimia; un augurare agli sposi, oltre che la fortuna, anche gioia, felicità e, appunto, riso. Qualcuno più ingegnoso ci ha poi appioppato una leggenda per dargli una patina di regalità. Ho letto che adesso vendono anche riso senz’amido apposta per gli sposalizi per non macchiare il vestito scuro dello sposo.
Ora pare che qualche sindaco, e anche qualche parroco, abbia deciso di proibire il lancio del riso, ‘giusto, è un illogico spreco’, ti viene da pensare, e invece, se vai a leggere gli avvisi, ti accorgi che il motivo è un altro: sporca la piazza e il sagrato.
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