Laveno Mombello | 20 Febbraio 2022

“Come eravamo”, Laveno: la tragedia del velivolo Grumman

L'episodio risale al 1960, l'aereo partito da Catania era diretto a Torino. Si schiantò nel lago, i corpi dei due giovani a bordo furono ritrovati solo dopo giorni

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(A cura di Giorgio Roncari) Laveno, un tranquillo pomeriggio di fine estate del 1960: erano appena passate le 13 di domenica 11 settembre, molti lavenesi stavano ancora pranzando, mentre nelle strade del borgo numerosi turisti passeggiavano o sostavano nei baretti del lungolago.

Un traghetto carico di auto e passeggeri si era staccato da poco dall’imbarcadero, un altro all’attracco stava caricando le auto che attendevano impazienti nel piazzale dove vi erano anche due pullman carichi, mentre un terzo stava sopraggiungendo. Insomma una domenica ordinaria come le altre quando, in lontananza, un rombo proveniente dal lago invase il cielo, sempre più forte e sempre più vicino.

All’improvviso, liberatosi dai riflessi del sole, si palesò un aereo che viaggiava velocissimo a bassa quota, un caccia militare che in pochi secondi, ruotato su di un lato, attraversò il paese sfiorando i tetti dei palazzi di Via Garibaldi, perdendosi sulla Valcuvia. Tutti alzarono gli occhi, chi stupito, chi intimidito, chi incuriosito da quell’ardita e spettacolare manovra. Cosa stava succedendo? Era forse un apparecchio in avaria?

Arrivato sulla Valcuvia, il velivolo virò e tornò. Lo videro arrivare ancora più rasente e, stavolta perfettamente in verticale, infilarsi tra i palazzi di Via Labiena con un’ala bassissima. Una manovra che, se non era dovuta ad un improvviso vuoto d’aria, solo un pilota di grande perizia poteva effettuare.

Così in verticale percorse tutta la via ad una ventina di metri da terra poi, quando si apprestava a riprendere quota, successe l’inaspettato: l’ala più bassa toccò, tranciandolo, un filo della corrente elettrica che attraversava la strada, difficile da vedere a quella velocità e in quella posizione.L’aereo sobbalzò, si curvò di punta, prese i rami alti di alcuni platani del piazzale della Nord, urtò il tetto di un deposito e i piloni del primo pontile vuoto, virò verso il battello e si schiantò con un boato spaventoso nel lago, disintegrandosi ad una quarantina di metri dalla riva e ad una decina dal traghetto carico di gitanti. Era stata sfiorata la tragedia soprattutto perché numerosi frammenti di aereo erano andati a cadere sul piazzale, fortunatamente senza colpire nessuno.

I presenti rimasero sbigottiti e increduli, in un attimo l’imbarcadero si riempì di gente richiamata da quel botto pazzesco. Ben presto si sparse la voce che si trattava dell’aereo del tenente pilota Giovanni Tosches di Laveno, aviatore della marina, proveniente da Catania e diretto a Torino che, fatta una breve deviazione, era passato a rendere omaggio al suo paese, ai suoi genitori, subito accorsi anch’essi.

Arrivarono, forze dell’ordine, autorità, pompieri e, chiaramente, reporter da ogni dove. Partirono le ricerche e, mentre i sommozzatori – tra i quali il dottor Milanesi medico condotto di Laveno – e i palombari della ‘Teseo Tesei’ di La Spezia facevano perlustrazioni e scandagli, i giornali cominciarono a pubblicare i loro reportage.

L’aereo, un bimotore Grumman dell’87° Gruppo antisommergibili di Catania, partito da quella città, seguendo la via Elba-Genova-Asti, avrebbe dovuto raggiungere l’aeroporto di Torino Caselle. In un primo momento pareva fossero quattro le persone a bordo ma dal ritrovamento di due carte d’identità assieme a documenti di rotta su un canotto espulso dall’aereo, risultò che erano solo due: Il Tosches e il sottotenente Riccardo Ugo, figlio di industriali di Torino. Le altre due persone erano sbarcate a Napoli.

‘La Prealpina’, scrisse di una possibile avaria, ‘La Stampa’ di saluto intenzionale. A Laveno la cosa fece molta impressione perché si trattava del secondo aviatore che perdeva la vita in pochi mesi, l’anno prima infatti era morto in un incidente l’allievo pilota Gianni Mattioni.L’aereo venne recuperato in parte nei giorni successivi, a spezzoni, ma dei piloti nulla. Il fondale era melmoso e torbido, per di più ci si mise anche il maltempo che, in un anticipo d’inverno, scatenò una serie di forti temporali che alzarono il lago di un metro, con venti fino a 80 kmh e neve sulle montagne più alte, obbligando a sospendere le ricerche.

Il corpo straziato del Tosches fu recuperato solo il 3 ottobre, legato al sedile di guida, a 45 metri di profondità, mentre quello ugualmente dilaniato dell’Ugo fu ritrovato il giorno dopo. Prima delle esequie si tenne una veglia funebre con la presenza degli allievi della Marina. Al funerale del Tosches intervennero molte autorità politiche, militari e burocratiche e una folla imponente che il ‘Corriere della Sera’ valutò in 5000 persone, praticamente tutto il paese. Giovanni Tosches aveva 23 anni ed è ricordato nel monumento ai caduti di Laveno; Riccardo Ugo, che venne sepolto a Torino, ne aveva 27.

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