Luino | 29 Gennaio 2022

“Come eravamo”, il ballo tra voglia di libertà e trasgressione

Il boom nel Dopoguerra, gli amorazzi illeciti e le risse tra paesani. I veglioni delle feste patronali, le differenze tra "sacro" e "profano". E l'avversione dei preti

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(A cura di Giorgio Roncari) Una cosa che da un bel po’ di mesi non si riesce più a fare è ballare. Le danze hanno sempre fatto parte del vivere comune anche nei tempi passati più bigotti, magari in forme più contenute e castigate con balli meno voluttuosi, ma la gente non ha mai rinunciato a distrarsi con il ballo, nemmeno in tempo di guerra.

Il boom venne nell’immediato dopoguerra quando la gente, per dimenticare le brutture di quegli anni, aveva voglia di divertirsi. Si ballava in tanti luoghi pubblici senza troppe difficoltà burocratiche, al chiuso e all’aperto: nei circoli rionali, nelle osterie di paese, nei crotti di campagna, nei bivacchi di montagna, in mezzo ai prati. Veglioni venivano organizzati in occasione delle feste patronali, a carnevale, per l’ultimo dell’anno, a ferragosto, per la leva dei coscritti.

A fare d’orchestra in generale erano musicisti del posto e bastava una fisarmonica, una batteria e un sax per divertirsi e far baldoria. Alcuni ambienti avevano ancora il verticale, una specie di armadio sonoro come un grande carillon, con un rullo interno ricoperto da chiodini che girando, toccavano le ance metalliche e procuravano l’armonia. C’era anche qualche raro autopiano, una specie di organetto funzionante a mantice dotato di una carta bucherellata da mille fori dai quali passava un refolo d’aria che metteva in funzione i tasti.

Per la festa del patrono, fino ad una certa ora si svolgevano le cerimonie sacre poi, riportato sull’altare il Santo, il ‘bandino’ dava inizio alla festa profana e allora erano valzer, mazurche, tanghi e quant’altro e sotto con balli improvvisati sulla piazza o all’osteria.

Nelle balere l’usanza era che le donne prendessero posto in anticipo nella sala, sedute tutt’intorno in attesa degli uomini i quali entravano solo quando le musiche iniziavano, facevano il giro osservandole altezzosi, magari con la sigaretta all’angolo della bocca o anche uno stuzzicadenti tra le labbra e quando individuavano la ballerina che più garbava loro, la invitavano solo con un cenno delle sopracciglia. Chiaramente era poi sempre la ballerina a decidere se alzarsi o meno, perché anche le donne avevano le loro preferenze: o perché uno ballava meglio di un altro, oppure era più bello, o più simpatico, o anche perché “quello lì fa un po’ troppo il balosso con le mani”.

Ai tempi dei nonni si ballava con gli zoccoli e una ragazza si capiva se era libera o meno dalle stringhe che usava: celeste disponibile, rosse già promessa. Poi quando ballavano il più delle volte se le toglievano al volo perché diventavano un impedimento. A volte qualcuno pagava l’organizzazione per avere un ‘ballo in bianco’ ossia poter fare un ballo a sala vuota con la fidanzata, oppure per fare colpo su una ragazza alla quale era interessato, ma non sempre la prescelta accettava perché non attratta o per vergogna. A volte le donne, stufe di aspettare il cavaliere ballavano tra di loro, cosa che invece non facevano gli uomini almeno alle nostre latitudini, se non per fare gli stupidotti.

Tra i balli più appariscenti e sensuali c’era il ballo del ‘trüss’, una danza appassionata da ballarsi stretti stretti fino a togliersi il fiato con il braccio libero alzato dritto al cielo. Dall’America arrivò poi lo ‘spirù’, un ballo dove ci si toccava con le spalle, di fianco e frontalmente, l’antesignano del tuca tuca.

Spesso e volentieri ci scappava la rissa. Era un’usanza vecchia come il cucco che gli elementi più scalmanati dei vari paesi si cercassero per litigare e non c’era niente di più facile del ballo per riuscirci, bastava una spinta di troppo o un complimento alla ballerina di un altro per scatenare la rissa e rinfocolare vecchie ruggini. E allora giù botte, volavano seggiole e bicchieri, si spaccavano lampadine e non sempre i buttafuori riuscivano a calmare gli animi.

Come dicevamo all’inizio, il ballo è sempre esistito e chi ballava bene poteva trovare la morosa, o comunque favorire il nascere di amorazzi illeciti per il qual motivo i preti hanno sempre considerato il ballo come un peccato del diavolo tanto da indurre i chierici a tenere d’occhio le balere e poi di riferire il nome delle ballerine. La domenica quando poi queste salivano alla balaustra per far la comunione, erano capacissimi di scavalcare le colpevoli senza dar loro l’ostia benedetta.

È storia nota quella di don Folli, detto ‘Corusin’ da quelli di Caldana, dei quali era parroco nell’anteguerra: un bel giorno, armatosi di piccone, andò allo chalet di Cerro e demolì a picconate la balera. Lo chalet, era un bivacco all’aperto nel bosco poco fuori paese con baretto, tavoli, campi di bocce e pista da ballo in cemento tra i castagni, un luogo che d’estate, soprattutto la domenica, era meta di valligiani e milanesi, uomini e donne, vecchi e giovani. Un carnaio e una promiscuità che don ‘Corusin’ giudicava scandalosa, con il bosco attorno a stimolare fughe alla chetichella dietro ai cespugli.

Guai poi ballare in Quaresima: i preti, oltre che additare i trasgressori durante la predica, erano capaci di gettare anatemi dal pulpito.
Poi le usanze son cambiate, i balli sono stati sdoganati, i costumi sono diventati più liberi e libertini così, prima che la pandemia di Covid chiudesse sale, balere e discoteche, si poteva vedere una coppia avvinghiata nel bel mezzo della pista in un ballo ‘limonös’ o in quello della ‘lumagascia’ e non credo ci sia bisogno di tante spiegazioni per capire di cosa si tratti.

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