L’annoso problema del traffico di droga nei boschi che da tempo ormai infesta le valli dell’alto Varesotto – in modo particolare Valcuvia e Valganna – è una delle criticità più consistenti alle quali gli enti locali e le forze dell’ordine tentano quotidianamente di far fronte, tenendo conto delle difficoltà generate dall’estrema frammentarietà del fenomeno agevolata anche dalla morfologia del territorio.
In questi anni sono diversi gli arresti – effettuati dai carabinieri della Compagnia di Luino e dal Settore Polizia di Frontiera di Luino – che si sono susseguiti nelle zone più battute dagli spacciatori, perlopiù di origine maghrebina, che eleggono come piazze di spaccio le aree boschive nelle quali si installano con bivacchi di fortuna, spostandosi molto rapidamente da una valle all’altra per cercare di sfuggire il più possibile ai vari blitz.
Una situazione che, negli ultimi mesi, ha oltretutto registrato anche un inasprimento della violenza, con aggressioni e sparatorie per spartirsi il controllo del territorio fra le bande o torture per punire “collaboratori” ritenuti non più affidabili.
Ma c’è anche un’altra faccia del fenomeno che, pur certamente più “innocua” dal punto di vista della sicurezza, rappresenta comunque un problema importante per le amministrazioni comunali: ciò che rimane nei boschi dopo lo smantellamento degli accampamenti. Un tema che è stato toccato dai sindaci di Valganna e Casalzuigno, Bruna Jardini e Danilo De Rocchi, persino durante la riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica svoltasi a Luino lo scorso 21 giugno.
In molti casi sono i volontari delle associazioni locali o della Protezione civile che si rimboccano le maniche e si spendono in prima persona per ripulire questi luoghi da tutto ciò che vi si può trovare – da indumenti e coperte a oggetti di uso quotidiano o necessari per confezionare le dosi di stupefacente – e restituirli alla collettività, come avvenuto anche di recente proprio a Casalzuigno.
In altri casi, però, complice anche l’estensione del problema, riportare il bosco alla sua naturalità appare ancora “un’impresa” non da poco, tanto che molti abitanti della zona, pur volenterosi nella loro attività di recupero dei rifiuti abbandonati in tali frangenti, chiedono un intervento più marcato anche da questo punto di vista, come ci ha raccontato una nostra lettrice tramite una lettera inviata alla redazione, corredata dalle “curiose” immagini presenti in copertina e in gallery realizzate sulla strada che sale da Ganna verso l’Alpe Tedesco, «nella speranza che si possa elevare la consapevolezza della società» sulla questione.
«Siamo stufi di vedere accampamenti di spacciatori nei boschi della Valganna e dintorni – ci scrive questa cittadina – Vuol dire trovare mucchi enormi di sporcizia: bottiglie di plastica e di vetro, vestiti buttati in giro, involucri di cibo, lattine, pellicola a go-go, sigarette spente, pentole, batterie delle auto (fonte di energia per gli apparecchi elettrici), sgabelli e tanto altro. Una volta ho trovato anche vestiti da bebè!».
E non si tratta di spazi ridotti, ma di bivacchi ampi e addirittura ben organizzati in varie zone – cucina, toilette, area spaccio e postazioni di vedetta – in grado di occupare dai 20 ai 50 metri quadrati: «Oltre che rovinare l’estetica del bosco e inquinare, – prosegue – creano pericoli per gli animali e spesso finiscono anche nelle zone dove sarebbero cresciuti i nostri funghi. Solo oggi (lunedì, ndr) ho ritirato ben tre batterie d’auto che, lasciate lì, avrebbero inquinato con sostanze molto tossiche il terreno».
L’appello della donna è rivolto direttamente ai Comuni, affinché provvedano a «far ripulire questa sporcizia»: «Quando ho provato a informare le autorità la risposta è stata: “Siamo quattro gatti contro un mostro invisibile”. Ma sono stufa di battagliare da sola. Trascino sacchi e sacchi d’immondizia su e giù per le montagne per depositarli sul bordo delle strade dove, grazie al cielo, vengono portati via dal camion della spazzatura, ma penso che se i Comuni aiutassero a smantellare fisicamente le tane nei boschi, – conclude – ciò avrebbe un risultato più incisivo: oltre che scomodare gli spacciatori nelle loro attività, servirebbe a farli sentire osservati e quindi scoperti».
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