Luino | 19 Novembre 2021

Lavena Ponte Tresa, litiga con un ragazzino e lo minaccia: condannata 37enne

La vicenda, inserita in un contesto di tensione tra due famiglie, risale all'estate del 2020. La donna è stata assolta dall'accusa di aver alzato le mani sul minore

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“Forse in questa storia i bambini sono finiti in mezzo ai problemi dei grandi“, ha affermato in aula, presso il Giudice di pace di Luino, l’avvocato Alessandra D’Accardio, difensore di una trentasettenne finita a processo con l’accusa di minacce e percosse ai danni di un ragazzino di dodici anni.

Il procedimento è giunto ieri alle battute conclusive e le parti hanno tirato le somme di quanto emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale, ragionando, a cominciare dalla frase sopra riportata, su come i cattivi rapporti e la tensione tra due coppie di genitori residenti nello stesso paese abbiano inciso nell’alimentare l’ostilità in una vicenda che ha riguardato anche i rispettivi figli.

Gli adulti non si sopportavano da tempo, lo stesso era per i minori che nelle litigate – tra i banchi ma anche sui campetti della scuola calcio – spesso passavano dalle provocazioni agli insulti sulle madri. E ad un certo punto – era l’estate dello scorso anno – è arrivata la “resa dei conti”, che ha poi portato all’accusa per la donna di trentasette anni di aver messo al muro il ragazzino con cui suo figlio litigava di frequente, e di averlo colpito con un calcio dopo aver assistito all’ennesimo battibecco tra i due, e dopo che il dodicenne si era rivolto a lei con toni “poco eleganti”. Il tutto durante una normale passeggiata al parco nei pressi del lungolago di Lavena Ponte Tresa.

“Andò ben oltre il semplice richiamo – ha sostenuto l’avvocato Gianluca Vissi, difensore della parte civile, a proposito dell’imputata – come emerge chiaramente dal racconto fatto dal bambino aggredito (e sentito in aula su richiesta proprio di Vissi, ndr) e da quanto scritto dalla pediatra che lo visitò circa un’ora dopo l’episodio, constatando lo stato di agitazione e la presenza di un graffio sulla guancia”. Elementi, questi ultimi, che l’avvocato D’Accardio ha invece ritenuto insufficienti al fine di stabilire la responsabilità penale della sua assistita, e per certi aspetti in contrasto con la dinamica di quanto avvenuto: “Generico il riferimento all’agitazione per un dodicenne che poco prima aveva ricevuto una sonora sgridata da un adulto, mentre il graffio poco ha a che vedere con il fatto di essere stato preso a calci. È inoltre incredibile – ha sottolineato in conclusione il difensore – che in un parco con le case attorno, per di più in una giornata di piena estate, nessuno abbia assistito ad una scena del genere”.

Dopo lo scontro (verbale e anche fisico per il pubblico ministero Antonia Rombolà) il ragazzino corse a casa e raccontò tutto a mamma e papà, riportando anche la frase, attribuita alla trentasettenne, che mandò su tutte le furie i genitori: “Guarda che non finisce qui, non ho paura di te e nemmeno di tuo padre”.

Il giudice Davide Alvigini ha assolto la donna per il reato di percosse, condannandola invece per le minacce al pagamento di 100 euro di multa e 1400 euro di spese legali.

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