Quando i parenti arrivavano da Milano per sistemare la casa, i dissidi tornavano spesso a galla, tra battibecchi e sguardi in cagnesco. Non sempre l’indifferenza riusciva a prevalere sulla scarsa sopportazione reciproca delle coppie, “costrette” a condividere gli spazi in comune di una villetta bifamiliare situata a Voldomino.
Due appartamenti, entrambi ereditati. Uno al primo piano e uno al piano terra, quest’ultimo in fase di ristrutturazione nell’aprile 2019, quando sono avvenuti i fatti che hanno portato a processo il compagno della proprietaria di quell’immobile, un cinquantenne, accusato di minacce e percosse ai danni di un trentatreenne, “l’inquilino del piano sopra” nonché ragazzo e convivente della giovane che ha come zia la compagna dell’uomo finito in tribunale.
Quel giorno le occhiatacce durarono troppo, e alle parole ostili seguì un faccia a faccia che al posto di risolvere definitivamente le questioni lasciate in sospeso, diede il colpo di grazia alle possibilità di riconciliazione. La scena, descritta attraverso le testimonianze messe a verbale davanti al giudice di pace di Luino, è la seguente: il ragazzo torna da lavoro, parcheggia la moto nel suo box, esce e si incammina verso il portone d’ingresso della villetta. Vede il cinquantenne alla finestra; i due si fissano e poi parte il solito “scambio di opinioni”. Accanto all’uomo c’è la compagna, che è la prima a scendere di sotto perché non ne può più. Il ragazzo nel frattempo volta le spalle a entrambi e prende le scale, ad attenderlo c’è un cena con suoceri e genitori. E’ quasi in casa quando si sente prendere.
«Lui – ha raccontato in aula parlando dell’imputato – mi ha messo una mano al collo, nell’altra aveva un vecchio coltello da cucina». Ormai la situazione è fuori controllo, tra grida e spinte si torna di sotto. L’uomo urla «ti accoltello», il ragazzo è raggiunto dalla convivente, avvertita dalla sorella piccola che dal balcone si accorge di quello che sta succedendo: «Stanno litigando, vai giù, c’è un coltello». La bambina sente tutto ma dal punto in cui si trova non ha una visuale chiara. Poi arrivano i genitori della persona offesa – il trentatreenne – ma dell’oggetto contundente non c’è traccia.
«Nessuno mi ha visto con un coltello in mano – ha spiegato l’imputato nel corso del dibattimento – perché non lo avevo. La nostra casa era in ristrutturazione, in quel momento avevamo solo posate di plastica». L’uomo, davanti alle parti, ha speso alcune parole anche in merito agli screzi con l’altra coppia e ai presunti torti subiti quando si trattava di prendere decisioni riguardanti lo stabile: «Ci avvisavano a cose fatte, altre volte arrivavamo e c’erano cose in disordine o danneggiate. Era sempre troppo presto o troppo tardi per denunciare, e i carabinieri ci dicevano che non si trattava di veri e propri danneggiamenti».
Secondo l’avvocato Andrea Pusceddu, difensore di parte civile, «Il dibattimento ha posto in luce le responsabilità dell’imputato, che in modo scaltro ha cercato di scaricare tutto sulla compagna, che non è parte del processo». Come? Scantonando alla vista dei parenti in arrivo per la cena, e tornando poco dopo “a mani vuote” per portare via la compagna.
Il giudice Davide Alvigini ha però assolto l’uomo perché “il fatto non sussiste“, accogliendo le richieste del pubblico ministero e dell’avvocato Bruno Barbieri, difensore del cinquantenne, motivate da una “dinamica dei fatti confusa” e da “elementi contraddittori” nella ricostruzione, incentrata sulla presenza di un coltello che nessuno ha visto, al pari delle spinte («l’azione non è chiara, non si spiega la condotta lesiva») e su un unico fatto certo: un alterco finito fortunatamente senza gravi conseguenze.
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