Cuvio | 24 Ottobre 2021

“Come eravamo”, quando arrivò la tivù in Valcuvia

Un nuovo appuntamento con la nota rubrica a cura di Giorgio Roncari, per un tuffo in un passato tutto da scoprire, con aneddoti e curiosità di "un'altra epoca"

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(a cura di Giorgio Roncari) Il passaggio, in questi giorni, al nuovo digitale TV ci ha stimolato a ricordare com’era la televisione delle origini, a metà degli anni Cinquanta, quando iniziarono le prime trasmissioni con gli schermi a tubo catodico, una conquista della tecnologia.

L’apparecchio televisivo era uno scatolone di legno di grosse dimensioni con un lato di vetro nel quale, se giravi una manopola, comparivano le persone: come in un quadro, solo che si muovevano. I vecchi, quelli che già quando arrivò la radio si erano stupiti di cotanto ingegno umano, rimasero increduli perché quella nuova diavoleria arrivavaya dall’America, non solo ti faceva ascoltare la voce, ma ti permetteva di vedere anche le figure come se le avessi lì davanti. Anche se in bianco e nero, non erano false come al cinema che se mettevi una mano davanti sparivano, queste erano vere e parlavano a te. “Avanti così e un giorno andremo sulla luna”, esagerava qualcuno, non sapendo di essere un indovino.

La tivù, come si prese a chiamarla, costava un occhio della testa, anzi due: ci voleva la paga di un operaio di un intero anno per comperarla e infatti, per oltre un decennio, saranno pochi quelli che se la potranno permettere. Poi c’era anche l’abbonamento da pagare che costava ben 12.550 lire (oltre 300 euro attuali), “Noi i soldi mica andiamo a rubarli”, si diceva nei paesi.

La Chiesa davanti a quella novità manifestò alcune remore, ma non si era irrigidita come in altri casi di modernismo: “Che sia orientata ai valori cristiani e non a costumi immorali”, si era limitato ad ammonire Papa Pio XII.

Le osterie e i circoli, dove ancora si vedevano cartelli che vietavano di sputare per terra, valutate le potenzialità di richiamo popolare, fecero pigne di cambiali per dotarsi di quella meraviglia. La mettevano su cadrenzoni o trespoli ben in alto da poter essere vista da tutti, a volte era piazzata in un buco nel muro tra due locali così, d’inverno, per risparmiare sul riscaldamento, veniva orientata verso la sala più piccola o quella più ampia, in base al numero degli spettatori del programma e, quando l’audience era al top, poteva anche essere spostata in cortile e la gente arrivava da casa portandosi la propria sedia.

C’era un solo canale e tutto ciò che veniva trasmesso era seguito con interesse: dal Festival di Sanremo, al Musichiere a Canzonissima; dal professor Cutolo con la sua “storia d’Italia“, alle lezioni scolastiche del maestro Manzi, ad Angelo Lombardi, l’amico degli animali col fido Andalù; dai telegiornali presentati con fare austero, alla tivù dei ragazzi, alle cronache sportive; dal Tenente Sheridan, ai film americani; dalle gemelle Kessler a Macario, e non importava che le trasmissioni iniziassero nel tardo pomeriggio. Ad annunciarle le vallette delle quali una delle primissime fu Marisa Boroni, legata alla Valcuvia per il fatto che la nonna materna era originaria di Cuvio e lei stessa ci aveva passato la guerra da sfollata.

La gente guardava anche la reclame – la pubblicità, come si diceva – che allora voleva dire solo Carosello, piacevoli siparietti dove poteva capitare di vederci anche gli operai della Mascioni Organi di Cuvio. Non ci si spostava dalla sedia neanche per l’intervallo, soprattutto quando le pecore al pascolo furono sostituite da cartoline di località e ogni tanto appariva Rancio. Stava lì anche davanti al monoscopio che sembrava un gatto coi baffi solo perché faceva compagnia.

Come al giorno d’oggi che di canali ce ne sono più di cento, con pubblicità a go go anche nei telegiornali, e l’accendiamo per abitudine per poi tenere il volume a zero perché “tanto dicono sempre le stesse balle”.

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