Luino | 16 Gennaio 2021

“Come eravamo”, l’Epifania tutte le feste porta via

Il benessere non ha alterato l'antica tradizione, tra le cerimonie religiose, i dolci tipici da regalare ai più piccoli e le ricette locali come il "pulaster cul pien"

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(A cura di Giorgio Roncari) Dopo le feste di Natale e della Circoncisione, che sarebbe poi il capodanno, l’Epifania è stata l’ultima cerimonia di questo periodo natalizio.

Deriva il nome dal greco, con il significato di ‘manifestazione di Gesù Dio’. Anch’essa aveva i suoi riti e le sue tradizioni non molto diverse da oggi, se non nelle maggiori disponibilità e benessere. Alla mattina appena alzati, noi bambini non vedevamo l’ora di guardare nella calza appesa al camino da dove la Befana era scesa, per vedere cosa ci aveva portato in dono.

Nulla a che vedere con quelli di Natale, regali limitati a mandarini e nocciolame, integrati, col sopraggiungere del benessere, da cioccolatini e gli immancabili cammelli di pasta sfoglia. Però dovevi essere stato bravo durante l’anno altrimenti ti arrivava il carbone e, ad un certo punto, fu anche creato un dolce di zucchero nero a pezzetti. Quindi, si andava al presepe per mettere davanti alla capanna i Re Magi, con i loro doni per il bambinello. È forse per questo che è nata l’usanza di fare i regali della Befana.

Non ci si poteva astenere dai riti religiosi che erano quelli delle feste solenni con la messa cantata e la comunione da fare tutti. Il pomeriggio si teneva la processione dei piccoli con il Gesù Bambino; in alcuni luoghi si faceva solo il giro della piazza, in altri si percorrevano in pompa magna le vie del paese. A pranzo c’erano i soliti ravioli in brodo e il ‘pulaster cul pien’ di cui abbiamo già avuto modo di parlare; a volte però, per cambiare ‘minestra’, trovavi gnocchi fatti in casa rigati con la forchetta e coniglio arrosto. Alla sera, immancabilmente si smontava il presepe perché si sa, “l’Epifania tutte le feste porta via”.

È però interessante conoscere quante leggende e tradizioni siano sorte nei secoli attorno a questa festa, ai suoi simboli a partire dalla Befana, il cui nome sembra derivi dalla contrazione popolare di Epifania, passando da Pefania e Befania: un nome femminile che, chissà perché, venne associata ad una vecchia megera e come tale, con la scopa in mano e il cappello a punta. Pare una continuazione di un’antica festa pagana, preromana, quando già si usava appendere la calza. Noi bambini cantavamo anche una filastrocca in suo onore «La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, col vestito alla romana viva viva la Befana!»

I Re Magi invece si fondono tra leggenda e storia. I quattro evangelisti dicono poco di questi saggi venuti dall’Oriente, se non Matteo quando cita il loro presunto incontro con Erode. La tradizione cristiana, basandosi sul vangelo armeno, ha elaborato ed accresciuto il loro valore storico, stabilendo che erano tre, numero simbolico, e trovandogli anche il nome: Gaspare, il vecchio che portava l’oro, Melchiorre, il giovane, con l’argento e Baldassarre, il moro, quello della mirra, ma non esiste una iconografia precisa in merito. Per quanto riguarda la mirra poi, noi bimbi non sapevamo bene cosa fosse, immaginavamo comunque dovesse essere qualcosa di favoloso. Con gli anni scoprimmo che era solo un olio profumato… ma riservato ai Re, come ci precisava chi ne sapeva di più.

Si vuole siano stati martirizzati assieme in Gerusalemme e che la loro tomba venne scoperta da Sant’Elena, la mamma di Costantino, che trasportò le spoglie a Costantinopoli. Non ci stettero molto perché l’imperatore Costante, figlio di Costantino, nel 340 le regalò a Eustorgio quando lo nominò Vescovo di Milano, e questi le portò, con un lungo e periglioso viaggio, fino a Milano. Si dice che a Piacenza uno dei due buoi che tiravano il carro venne sbranato da un lupo e che il Vescovo, con la sua autorità, obbligò il lupo sotto il giogo a sostituire il bue da lui ammazzato. A Milano, in onore dei Magi, venne erettra la basilica di S. Eustorgio dove, in una grande sarcofago vennero conservate e venerate i sacri resti.

Quando, nel 1164 Federico Barbarossa conquistò e distrusse Milano, per maggior sprezzo si impossessò delle reliquie e le donò a Rainaldo Vescovo di Colonia il quale, per accoglierle come si doveva, fece costruire una grandiosa e bellissima cattedrale gotica, una delle più belle della cristianità. I milanesi tentarono nei secoli di riaverle trovando alleati in Papi, Re, Vescovi, che perorarono invano la causa: non ci riuscì Ludovico il Moro e nemmeno Federigo Borromeo. Ci volle un beato, il Cardinal Andrea Ferrari, per ottenere in qualche modo soddisfazione quando, nel 1906, riebbe alcuni frammenti – due fibule, una tibia e una vertebra -, reliquie ora conservate in una preziosa urna posta sopra l’altare dei Magi a S. Eustorgio.

La tradizione vuole che il viaggio delle spoglie verso la Germania, passando dall’Alto Milanese, dal Varesotto e dal Ticino, abbia lasciato traccia nei nomi delle numerose locande e taverne che su quel percorso sono fiorite, titoli come “Ai tre Re’, ‘Le tre corone’, ‘Alla stella’ e volendo dar adito a queste storie ci piace immaginare che il corteo abbia fatto sosta anche nelle nostre valli come suggerirebbero gli antichi e storici alberghi Corona di Cuvio, Tre Re di Luino e, perché no, Stella di Lugano. A Busto Arsizio poi si tramanda ancora che i Re Magi abbiano sostato da vivi perché, perso l’astro che li conduceva a causa di un gran nebbione durante il viaggio verso Betlemme, furono salvati dai bustocchi con un enorme falò a mo’ di faro, o di stella.
Anche attorno a questa prodigiosa stella sono sorte divergenze di interpretazione, la cosa quasi certa è che il primo a rappresentarla con la coda fu Giotto, impressionato dal passaggio della cometa di Halley nel 1301.

Pochi sanno, però, che esiste un altro luogo dove sono conservate altre reliquie dei Magi, tre falangi donate da S. Ambrogio alla sorella Marcellina monaca in quel paese: si tratta della chiesa di S. Bartolomeo a Brugherio.

I vangeli non dicono cosa cavalcassero i tre Re, ma la tradizione vuole usassero i cammelli, cavalcature orientali come loro, e così, come abbiamo iniziato, vogliamo terminare questa divagazione sull’Epifania, annotando la singolare usanza che si ritrova praticamente nel solo Varesotto di preparare e mangiare, nel giorno dell’Epifania, dolci a forma di cammello.

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