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Luino | 27 Dicembre 2020

“Come eravamo”, a Natal se maza ul gall

Da quel tempo così lontano di cose ne sono cambiate: il benessere e il consumismo hanno cancellato molte abitudini, alcune belle ed altre meno

Tempo medio di lettura: 3 minuti

(a cura di Giorgio Roncari) Una volta, quando si parlava solo dialetto, regnava la miseria, ‘se trava via nott’ e, come dicevano i vecchi, c’era ancora il timor di Dio. Il Natale, sebbene vissuto nelle ristrettezze dell’epoca, era la festa più importante. Aveva anche un valore morale diverso da oggi che si misura tutto dalle luminarie, dai regali e dalle settimane bianche, un aspetto affettivo particolare e più sentito legato al ritorno degli uomini alle loro famiglie dopo quasi un anno di emigrazione in terre lontane a lavorare.

I bimbi nelle giornate precedenti il Natale andavano per i boschi a raccogliere ‘la müfa, ul spungiratt e ul zeniver’ (il muschio, il pungitopo e il ginepro) per preparare il presepe con le poche statuine di terracotta che bisognava stare attenti a maneggiare per non romperle dato che costavano una cifra: il presepe era realizzato sempre nello stesso angolo della casa e della stessa forma. L’usanza dell’albero è assai recente e siccome le palle di vetro erano ancora più delicate e costose delle statuine, si appendevano mandarini, noci e gusci d’uova colorate.

Il momento culminante era chiaramente la Messa di mezzanotte, sebbene ‘in illo tèmpore’ veniva celebrata prima, rito che nessuno voleva perdeva, cosicché con quel pigia pigia di gente, la chiesa non sembrava neanche fredda; eh si, perché allora le chiese non erano riscaldate. La presenza degli uomini, di solito lontani per lavoro, creava, poi, una commozione fino alle lacrime.

La mattina di Natale i bambini trovavano qualche frutto portato loro dal Bambino: due mandarini, qualche carruba e un po’ de ‘niscioran’, frutta secca. I più fortunati avevano un mamocc, un pupazzetto intagliato dal papà o una ‘pigotta’, una bamboletta di panni cucita dalla mamma.

Poi, dopo d’aver assistito alla ‘Messa grande’, celebrata con rito maestoso e tanto di ‘Magnificat, c’era il pranzo solenne dei giorni di gran festa con gli immancabili ravioli in brodo fatti in casa e gallo ripieno; si perché ‘a Natal se maza ul gall’. Il ripieno era l’apoteosi della saggezza gastronomica popolare, un procedimento di cottura che esaltava i poveri ingredienti come interiora e frattaglie impastate con pangrattato, uova, erbe e aromi che assorbivano i succhi delle carni del gallo a loro volta insaporite da quel polpettone.

Per l’occasione, al posto della ruota di ‘segra’ (segale), poteva anche comparire un filoncino di pane bianco e pure il vino fino invece del ‘caìn’, il clinto. Non poteva poi mancare una formaggella perché si sa che ‘la boca l’è mia straca se la sa mia de vaca’ e magari qualche frutto di stagione tipo i cachi, l’unico frutto delle nostre parti che matura d’inverno. C’era anche il dolce, quasi sempre una torta fatta in casa con pane e uva passa. Il panettone invece compariva solo sulla mensa dei ‘sciori’. Usanza era piluccare qualche grappolo d’uva lasciata appassire sui graticci perché era augurio di soldi.

Dopo il pranzo si andava, come ogni festa, al cimitero a portare il saluto di Natale ai propri morti. Quindi c’era il Vespro che, a Natale, non potevano perderlo nemmeno gli uomini. Il resto della giornata passava, per gli uomini all’osteria, per le donne nelle case a raccontare storie ai bambini e recitare il rosario davanti al camino.

Passata la festa si ritornava alla miseria di sempre. Un giorno, all’inizio di primavera, gli uomini sarebbero ripartiti  e la serenità familiare sarebbe ritornata imperfetta. Il Natale successivo qualcuno, di sicuro, avrebbe trovato la famiglia più numerosa.

Da quel tempo di cose ne sono cambiate, il benessere e il consumismo hanno cancellato molte abitudini, alcune belle ed altre meno. Quasi più nessuno tira il collo al gallo perché quasi inesistenti sono i pollai, al massimo lo si compra già spennato e mondato. Certo, però, che un Natale bianco di neve fresca, ora come allora, ha un incanto speciale.

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