Luino | 20 Settembre 2020

“Come eravamo”, i partiti della Prima Repubblica

La balena bianca, il partito dei "sciori", quelli dell'edera, quelli del sole nascente e del garofano rosso. Viaggio alla riscoperta del valore dell'ideologia

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(A cura di Giorgio Roncari) In questa nostra Italia d’oggi è ormai un’abitudine consolidata vedere i vari partiti politici cambiare denominazione, scindersi, frammentarsi, unificarsi, modificare convinzioni e intenti, creare movimenti più o meno popolari, in un gran bailamme di sigle, causa di forte confusione tra vecchi militanti delusi e giovani inesperti confusi.

Nell’Italia della Prima Repubblica – termine coniato durante la stagione di Mani Pulite come a mettere un confine tra un prima e un dopo che chissà se c’è stato – i partiti politici avevano una connotazione ben precisa, un’ideologia abbastanza stabile e leader carismatici.

Usciti in maniera disastrosa da un ventennio di dittatura dove le consultazioni non erano libere, fu abbastanza naturale che l’interesse per la politica e per i partiti diventasse uno sport collettivo per gli italiani. Dal 2 giugno ’46 le elezioni – comunali, provinciali, politiche, referendarie, regionali ed europee – saranno una costante ricorrente nel costume italiano. Nei primi decenni il clima elettorale fu sempre vivace, con candidati che si spostavano nelle piazze dei vari paesi ad arringare la gente che accorreva e partecipava interessata.

Poi, gradatamente, si ingenerò una forma di disincanto collettivo e poteva capitare di assistere a comizi malinconicamente deserti con uno sconsolato oratore che parlava al vento. L’arrivo delle radio e delle televisioni private fu d’aiuto ai politici locali che ritrovarono così una platea per proporsi e confrontarsi.

L’arco politico era formato da una serie di partiti storici ed è gustoso rammentare con quali e quanti epiteti venissero appellati e chi li guidasse. In primis la Democrazia Cristiana, la ‘Diccì’ che, con le sue numerose correnti, predominò per mezzo secolo: era il partito del bianco fiore, dello scudo crociato, della libertas, o più ironicamente i democristi (o demoniocristi) della balena bianca. Il primo leader indiscusso fu De Gasperi, il traghettatore della democrazia, dopo di lui una serie di capi corrente litigiosi tra loro, da Fanfani a Moro, da De Mita a Forlani e chi più ne ha più ne metta, fino ad Andreotti, l’ultimo dei ‘dinosauri’.

Attorno alla ‘Dicci’, come tre pesciolini pilota, stavano i partitini laici: a destra i liberali, il ‘Pli’, il partito dei ‘sciori’, dei padroni, del tricolore, di Malagodi, Zanone e Altissimo; dietro i Repubblicani, il ‘Pri’, quelli dell’edera, dall’ideologia sfuggente ma orgogliosi della loro tradizione e portavano la cravatta nera, il partito dei La Malfa, padre e figlio; a sinistra i Socialdemocratici, il ‘Piessedì’, i socialisti del sole nascente e anticomunisti, quelli di Saragat e Pietro Longo.

A sinistra, ma un po’ in centro, c’erano i Socialisti, il ‘Piesseì’ del garofano rosso, il partito più antico, quello dei lavoratori, di Nenni, De Martino, Pertini e Craxi, della governabilità, del cadreghino. A metà degli anni Sessanta PSI e PSDI si unificarono dando vita al PSU, pareva un successo ma dopo due anni si divisero più arrabbiati di prima e passarono alla storia come il ‘partito della bicicletta’, per via dei due simboli tondi che comparivano nel logo.

A sinistra i Comunisti, i rossi scomunicati del ‘Piccì’ che mangiavano bambini e preti, il partito della falce e martello, del pugno chiuso, degli operai, dei duri e puri, delle feste dell’Unità, di Togliatti, Luigi Longo e Berlinguer. A destra stava il Movimento Sociale, l”Msi’, i nostalgici del fascismo, quelli della fiamma tricolore di Almirante e Fini, che erano fuori dall’arco costituzionale, ovvero senza diritti di governo. C’erano stati anche i monarchici di Covelli che, però, all’inizio del Settanta confluirono nell’Msi.

Sorsero poi una miriade di partitelli, e molti sfiorirono, quasi tutti di sinistra. Si distinsero i Radicali di Pannella, quelli della rosa in pugno, dei referendum, delle canne libere e dei digiuni; il Psiup, i socialproletari di Vecchietti che sparirono in un pomeriggio; poi il Pdup, i demoproletari di estrema sinistra di Magri e Luciana Castellina; i Verdi del sole che ride di Adelaide Aglietta e, buoni ultimi, i leghisti di Bossi, quelli del ‘celoduro’ e di Roma ladrona.

A ben vedere anche allora c’era una bella fauna di sigle e simboli, di partiti rissosi e politici permalosi ma che comunque erano abbastanza stabili nel panorama parlamentare. Poi, a fine millennio, ci fu la riforma elettorale, maggioritaria e presidenziale, che ingenerò un bipolarismo sparigliato solo dalla comparsa del Movimento 5 Stelle di Grillo. Ecco, forse l’entrata in vigore della nuova legge elettorale è l’inizio della Seconda Repubblica, internauta e soggiogata ai social network, una sorta di fiera delle vanità dove emerge la grande disinvoltura nell’effettuare capriole di convenienza politica e non solo.

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