Luino | 12 Gennaio 2020

“Come eravamo”, lo champagne de la baleta

Storia e leggenda di una tra le bevande più apprezzate di sempre: la gasosa, "champagne dei poveri" ma anche "birra del ciclista". Un approfondimento di Giorgio Roncari

Tempo medio di lettura: 3 minuti

(Articolo a cura di Giorgio Roncari) La chiamavano lo “champagne de la baleta”, era la gazzosa o gasosa come dicevamo noi. È stata la prima bibita effervescente in assoluto e fu inventata nell’Ottocento.

Italiani e inglesi si contendono la paternità mentre in Ticino pare sia sorta, a fine secolo, la prima fabbrica industriale con gas artificiale. Artigianalmente si otteneva combinando acqua, zucchero e limone, lo sciroppo che se ne ricavava veniva esposto per alcuni giorni a fermentare al sole così che si formasse naturalmente il gas che è alla base del suo nome.

Laboratori di gasose sorsero in ogni dove e il ‘gasusat’ divenne una figura abituale, ma molti erano quelli che se la facevano in casa. Perché la chiamassero “champagne de la baleta” nessuno ce lo sapeva spiegare – una volta mica si ponevano tante domande – noi bambini sapevamo solo che le sue bollicine frizzanti e trasparenti ci gustavano il palato e ci davano un piacevole pizzicorino al naso.

Molto meglio dell’acqua ‘vichy’, ovvero l’acqua frizzante fatta con le bustine dell’Idrolitina. Era buona anche la spuma e pure il chinotto, ma la gasosa aveva il vantaggio di costare meno e non avere coloranti. Per la verità il primo nomignolo fu “champagne dei poveri” perché, si dice, veniva prodotta in una bottiglia similare a quella dello spumante francese e, come quella, turata con un tappo in sughero e la gabbietta per evitare che sparasse.

Poi arrivò l’invenzione della chiusura a sfera, ossia con la ‘baleta’. Consisteva in una bottiglia dal collo lungo, un poco conico, con all’interno una pallina che il gas spingeva verso l’alto, così da tapparla ermeticamente. Per berla si doveva fare una certa pressione con un dito sulla pallina. Fu una novità che fece il botto e che piaceva soprattutto ai bimbi perché poi rompevano la bottiglia per tenersi la biglia come trofeo.

Da “champagne dei poveri” a “champagne de la baleta” il salto fu breve. Questa curiosa bottiglia, che ho avuto modo di vedere da un mio vicino di casa che la conservava come una reliquia, venne accantonata con la fine della guerra, un po’ per le spese di produzione e un po’ per questioni igieniche, e sostituita dapprima con la chiusura a macchinetta e poi col tappo a corona finché arrivarono la plastica e le lattine.

I grandi usavano bere la gasosa mischiata con la birra che chiamavano “panachè”, francesismo traducibile in ‘misto’. Se furono i francesi ad inventarla non si sa perché i tedeschi ne rivendicano l’origine con un curioso aneddoto ambientato negli anni Venti, quando moltissimi ciclisti – si dice 12 mila ma mi pare un’esagerazione – in giro per un raid in Baviera, si fermarono tutti insieme a bere in un’unica osteria di Monaco.

L’oste, preso alla sprovvista e temendo di non avere abbastanza birra, ci aggiunse della gasosa. I ciclisti furono soddisfatti di quella nuova bevanda, leggera, dolciastra e dissetante: venne battezzata, birra del ciclista (‘radler’ in tedesco), così come ‘bicicletta’ vien ancora detta in molte parti d’Italia.

Bere “panachè” è stata anche per noi fanciulli la prima occasione di avvicinarci all’alcol senza che poi ci girasse la testa. Poi arrivarono le bibite americane, scure, bianche, arancio, dai nomi inglesi che si impadronirono del mercato; bevande sempre più gasate, aromatizzate, light e pazienza se contengono coloranti, additivi e conservanti tanto da riuscire a sciogliere un ago lasciatoci a bagno, come dice una leggenda metropolitana.

La gasosa però resiste e c’è chi ancora oggi si diverte nel farla in casa, usando il sambuco, il limone, il mandarino e anche il caffè. Se siete nostalgici delle care vecchie cose di una volta, vi suggerisco di provarci anche voi, e se poi il risultato non sarà dei migliori, potrete sempre mischiarla alla birra.

A proposito, secondo voi “panachè” sarà maschile o femminile? Un quesito che non sono riuscito a risolvere. (Credits Luisella Brioschi)

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