Luino | 2 Giugno 2019

Come eravamo? Taverne, groppi e trani

Un viaggio nelle storie di osteria del territorio luinese, grazie a Giorgio Roncari che riscopre le tradizioni e le abitudini ormai perse con il passar del tempo

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(articolo di Giorgio Roncari, Eco del VaresottoNon ci sono più le osterie di una volta, quelle che chiudevano dopo mezzanotte. Ora si chiamano “paninoteche”, “birrerie”, “pub” e “wine bar” che fa chic, ci puoi trovare qualsiasi bevanda, tante stuzzicanti pietanze, ci fai gli apericena e cocktail e drink dai nomi impronunciabili. Sono raffinate con ampie e luminose vetrine; per lo più aprono alle sei di mattina e chiudono alle otto di sera. Ora ci vanno anche le donne, i ragazzini e le ragazze, senza riguardo né imbarazzo.

Una volta invece erano taverne buie con una stretta porticina d’ingresso, chiudevano dopo mezzanotte e ci entravano solo gli uomini. Se una donna non accompagnata dal marito pensava di frequentarle veniva considerata di facili costumi, o un’ubriacona; se fumava poi…

L’arredamento era povero, un tavolone a mo’ di bancone con appoggiati alcuni bicchieri e qualche bottiglione o fiaschetto di vino, una credenza e alcuni tavolini con le sedie attorno. Allora si vendeva solo vino e birra, un poco la gazzosa, detta “Champagne della baleta” per via della pallina interna che faceva da tappo, e magari la spuma. Di superalcolici ci trovavi solo la grappa.

All’osteria non si facevano pranzi, per quello c’erano le trattorie o i ristoranti, al limite si poteva fare una tagliata o uno spuntino dopo cena. Il vino non era di grande qualità, spesso era poco meglio del “cain”, il clinto, e ci volle il sorgere dei circoli, che erano detti “groppi”, per trovare il vino buono dato che i soci ordinavano l’uva e la pigiavano in proprio.

C’era anche il vino Albana col quale era usanza fare una “bicerada”, un brindisi, la domenica mattina dopo la messa. Più avanti sono arrivati i più pregiati Marsala e Vermouth. D’estate, quando arrivavano in massa i milanesi, si riempivano e cambiavano anche nome perché loro, i “pacia aria”, a Milano li chiamavano “trani” dal fatto che molti di Trani avevano aperto delle mescite di vino pugliese.

Anche il caffè, prima dell’invenzione della macchina espresso, era poca roba. Una brodaglia fatta con surrogati come la “Cicoria Franck” e il “Fago” che era qualcosa di duro e nero come il carbone, e per poterlo bere si doveva colarlo. Un poco meglio fu quando arrivò la caffettiera napoletana.

La pulizia era scarsa. Il fumo copriva ogni cosa, la gente masticava cicche di tabacco che facevano saliva e poi sputavano nelle sputacchiere, sempre che ci fossero, e in molti luoghi stava appeso il cartello “vietato sputare”. I bicchieri erano lavati alla meglio in un lavandino di sasso che, a volte, era in cortile, vicino ai cessi, con l’acqua gelata soprattutto d’inverno. Nei mesi freddi, per scaldarsi, accendevano il camino che non sempre tirava e faceva fumo, oppure usavano la stufa refrattaria posta in mezzo al locale.

La gente si divertiva soprattutto con le carte segnando i punti col gesso su una lavagnetta. Laddove c’erano i campi, d’estate si giocava alle bocce ma senza le severe regole del giorno d’oggi. C’era chi di nascosto giocava anche alla morra, ma era proibita perché era un gioco di “rusiatt” e imbroglioni e finiva sempre in rissa. In qualche osteria più “in”, si poteva trovare anche il biliardo ma si doveva pagare l’orologio. A volte arrivava qualcuno con la fisarmonica e allora era festa.

Molti vecchietti passavano ore a parlare delle loro storie di guerra, ciondoloni davanti ad un quartino di rosso e c’era anche chi girava tra i tavolini scolando di nascosto il bicchiere di altri. Molti erano gli ubriaconi, del resto il vino era l’unico diversivo, e la sera del sabato e della domenica pochi erano quelli che riuscivano ad andare a casa diritti, i più erano “bevuti”; sempre che prima non fosse arrivata la moglie, con uno zoccolo in mano, a “recuperarli”.

Quando erano “pieni” allora erano capaci di fare scommesse che non stavano né il cielo né in terra, oppure, dopo essersi menati il torrone per un po’ con vecchie storie e gelosie, di litigare e allora erano sedie e bicchieri che volavano. Quando, infine, andavano a casa, era abitudine comune fare una pisciatina sui muri, perché “chi non piscia in compagnia o ghe la mocc o ghe la mia”. Era un’usanza così, poi, già che erano addietro, mettevano in pratica l’altro adagio: “Fàa ‘na pissada senza un pett l’è me sunàa ul viulin senza l’archett“.

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