Ogni mattina vado in bicicletta in Africa. Prendo il treno a Varese, scendo a Laveno, ammiro il lago, inforco la bici che aggancio temerariamente ogni giorno alla rastrelliera della stazione, confidando di ritrovarla l’indomani, e percorro la pista ciclabile, attrezzandomi per qualsiasi variazione climatica stagionale.
Lungo il tragitto saluto gli affezionati avventori mattutini che, come me, condividono un piccolo angolo incontaminato del varesotto e raggiungo un CAS della Caritas di Como: la mia Africa.
E’ la cascina del Pradaccio di Laveno, gestita dalla Cooperativa Agrisol, braccio operativo della Caritas diocesana di Como, che oggi ospita venti giovani africani richiedenti asilo: Senegal, Guinea, Costa d’Avorio; africani francofoni che hanno voluto cambiare il loro destino sbarcando in Italia. Entro nel loro soggiorno tutte le mattine in qualità di insegnante di Italiano: leggiamo, scriviamo e parliamo in Italiano e, a volte, ci arrabbiamo con le regole dell’Italiano, le regole dell’Italia e le regole degli Italiani. La maggior parte dei ragazzi partecipa attivamente alle lezioni: sanno che la scuola è un momento importante, un trampolino di lancio verso l’integrazione. Hanno capito che sapersi esprimere bene in Italiano garantirà loro maggior rispetto e autonomia.
Qualcuno di loro affronterà tra pochi giorni, per la prima volta, un esame di certificazione della conoscenza della nostra lingua e, come ogni studente di qualsiasi nazionalità, dovrà essere in grado di gestire paura e ansia pre-esame. I ragazzi che hanno frequentato la scuola in questi mesi sono ormai consapevoli che la vera vita inizierà fuori dalle mura del centro di accoglienza e potrà essere una vita con più opportunità se affrontata, a partire dai banchi di scuola, con volontà e desiderio di apprendere non solo le regole della grammatica italiana, ma anche le regole italiane a cui adattarsi.
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