Lettera aperta alla redazione di Michele Todisco
Il dato dell’affluenza alle urne delle ultime elezioni amministrative del 2026 non può essere archiviato come una semplice oscillazione statistica. È un segnale politico profondo. Secondo i dati diffusi dal Viminale e ripresi dalla stampa nazionale, alle amministrative del 24 e 25 maggio l’affluenza finale si è attestata attorno al 60%, in calo rispetto alla precedente tornata, quando aveva superato il 64%. Già alle 23 della domenica il dato era fermo al 46,31%, quasi quattro punti sotto il precedente 50,20%.
Non siamo più davanti a una disaffezione occasionale. Siamo davanti a una tendenza. Elezione dopo elezione, pezzi sempre più ampi di cittadinanza scelgono di non partecipare. Non sempre per qualunquismo, non sempre per ignoranza, non sempre per protesta. Molto più spesso perché non riconoscono più nel voto l’atto decisivo della vita democratica.
Il problema, allora, non è solo “convincere la gente ad andare a votare”. Il problema è domandarsi perché milioni di cittadini non sentano più che il loro voto produca un cambiamento reale.
La democrazia rappresentativa, così come l’abbiamo conosciuta, mostra tutti i suoi limiti. È nata per dare voce al popolo attraverso rappresentanti eletti. Ma nel tempo si è trasformata, troppo spesso, in una macchina chiusa, autoreferenziale, dominata da partiti, apparati, personalismi, comunicazione permanente e logiche di potere. Il cittadino viene chiamato ogni cinque anni a scegliere, poi torna spettatore. Può applaudire, criticare, indignarsi sui social, ma raramente incide davvero sulle decisioni pubbliche.
Questa distanza è diventata insostenibile.
Il voto resta fondamentale, certo. Ma non può più essere considerato l’unico momento della sovranità popolare. Una democrazia viva non può ridursi a una delega periodica in bianco. Non basta eleggere qualcuno perché poi quel qualcuno decida tutto, spesso dentro equilibri incomprensibili ai cittadini stessi.
La democrazia rappresentativa è al capolinea non perché vada abolita, ma perché non basta più. Deve essere superata, integrata, trasformata. Serve una democrazia più partecipata, più diretta, più continua. Una democrazia in cui il popolo non sia soltanto chiamato a scegliere chi governa, ma anche a contribuire stabilmente a decidere come si governa.
Questo non significa cadere nella semplificazione pericolosa del “decide la piazza” o del sondaggio permanente. Significa costruire strumenti seri, regolati, trasparenti, capaci di riportare i cittadini dentro i processi decisionali: assemblee civiche, bilanci partecipativi, referendum deliberativi, consultazioni pubbliche vincolanti su temi strategici, patti di comunità, forme di controllo popolare sull’attuazione dei programmi, piattaforme digitali pubbliche e certificate per la partecipazione.
I politici non devono sparire. Devono cambiare funzione. Non più proprietari della decisione pubblica, ma garanti di un indirizzo, facilitatori del confronto, responsabili della coerenza istituzionale, interpreti di una visione politica che però deve essere continuamente verificata con la comunità.
La politica deve dare le linee, indicare priorità, assumersi responsabilità. Ma il popolo deve tornare a essere soggetto attivo, non pubblico pagante di uno spettacolo già scritto.
Per troppo tempo abbiamo confuso la stabilità con la distanza, la competenza con la chiusura, la rappresentanza con la delega passiva. Oggi il calo dell’affluenza ci dice che questo patto si è rotto. E quando un patto democratico si rompe, non basta fare appelli morali: “andate a votare”, “partecipate”, “non lasciate decidere gli altri”. Questi appelli suonano vuoti se non si restituisce ai cittadini un potere reale.
La domanda da porre, allora, è semplice: perché una persona dovrebbe votare se poi ha la sensazione che le grandi scelte sul territorio, sui servizi, sull’ambiente, sulla sanità, sulla scuola, sulla casa, sulla cultura e sul lavoro vengano prese altrove?
La crisi dell’affluenza non è il capriccio di un elettorato svogliato. È il sintomo di una democrazia che ha perso relazione. E una democrazia senza relazione diventa procedura. Una procedura può continuare a funzionare formalmente, ma si svuota di senso.
Per questo il tema non è solo elettorale. È culturale, sociale, istituzionale. Bisogna ricostruire comunità politiche, luoghi di discussione, forme di decisione collettiva. Bisogna riportare la democrazia nei quartieri, nei comuni, nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi di lavoro, negli spazi civici. Bisogna fare in modo che la partecipazione non sia un evento eccezionale, ma una pratica ordinaria.
Le amministrative del 2026 ci consegnano un avvertimento. Possiamo leggerlo come l’ennesimo dato tecnico, oppure come l’occasione per aprire finalmente una discussione radicale: il sistema rappresentativo, da solo, non regge più il bisogno di protagonismo democratico dei cittadini.
Non si tratta di essere contro la politica. Al contrario: si tratta di salvarla. Perché una politica che non coinvolge più il popolo diventa amministrazione del consenso, non democrazia.
La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto scegliere tra destra e sinistra, maggioranza e opposizione, governo e alternativa. Sarà decidere se vogliamo continuare con una democrazia in cui il cittadino parla una volta ogni cinque anni, oppure costruire una democrazia in cui la cittadinanza torna a essere esercizio quotidiano di responsabilità, decisione e cura del bene comune.
La democrazia non muore solo quando qualcuno la cancella. Muore anche quando nessuno sente più che valga la pena partecipare.
E quel momento, forse, è molto più vicino di quanto vogliamo ammettere.
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