Alla storia è passato il decreto firmato dal re Vittorio Emanuele III di Savoia, con il n° 2352. Era il 4 dicembre 1927, ma la data da ricordare è quella del 23 dicembre, quando la norma, pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale, iniziò ad avere efficacia.
All’inizio del secolo scorso cinque istituzioni diverse regolavano la vita e i destini di quello che noi oggi siamo abituati ad individuare come il Comune di Maccagno. Maccagno Inferiore, Maccagno Superiore, Campagnano, Musignano e Garabiolo: cinque entità diverse con asili, scuole, chiese ed orgoglio da vendere. Situazioni difficili da mantenere, con bilanci fallimentari ed una montagna di problemi irrisolti.
Non si trattò di una fusione, ma piuttosto al Comune di Maccagno Superiore furono aggregati gli altri quattro. L’aggettivo “superiore” rimase appiccicato a Maccagno ancora per un bel pezzo, fino al 1953, quando un provvedimento del presidente della Repubblica Luigi Einaudi pose fine alla questione.
Con effetto immediato, il Prefetto di Varese dispose che dal 1° gennaio 1928 tutti gli atti, i documenti e annesse scartoffie dei soppressi Comuni passassero immediatamente al nuovo capofila, che si ritrovò a farsi carico di un’unica amministrazione. In verità, il medesimo decreto ordinò che a Maccagno Superiore si aggregasse anche la frazione di Colmegna, fin allora facente parte del Comune di Agra. Colmegna seguì poi una parabola tutta sua, destinata a risolversi solo nel 1955, quando fu deciso il passaggio al Comune di Luino.
In linea con gli intendimenti del regime fascista, orientato a razionalizzare un campo di spesa divenuto fardello insostenibile dell’Unità d’Italia. Proprio di Benito Mussolini la controfirma del decreto, entrato così a far parte di diritto della storia moderna del paese: con buona pace di quanti ne avrebbero fatto volentieri a meno. Una storia vecchia di ottant’anni, ma attualissima ai giorni nostri: oggi si parla di costi della politica, abolizione delle comunità montane, soppressione degli enti inutili.
In quel lontano 1927 i tempi erano maturi per colpi di mano e non fecero scalpore. Secondo il censimento del 1926, Maccagno Superiore contava 732 abitanti, Maccagno Inferiore 528, Garabiolo 205, Musignano 155, Campagnano 187 e la frazione di Colmegna ben 384.
Con il Regio Decreto del 21 giugno 1928, n. 1601, nasceva anche il Comune di Veddasca, che vedeva aggregati i Comuni di Cadero con Graglio, Armio, Lozzo (che però aveva “perso” la frazione di Piero a favore di Curiglia con Monteviasco) e Biegno.
Alcuni anni dopo l’avvenuta aggregazione, e precisamente il 6 aprile 1938, il podestà del Comune di Veddasca scrisse una accorata lettera al Comune di Maccagno. Prendendola molto alla larga, furono messe in luce le gravissime condizioni economiche in cui versava il Comune montano, anch’esso frutto di una fusione decretata nel 1928. La situazione debitoria era oramai al limite della sopportazione e la bancarotta rischiava di divenire l’unica reale prospettiva.
Veniva così chiesta la volontà di deliberare la fusione tra i due Comuni, ritenuta con lungimiranza l’unica concreta prospettiva di reciproca sopravvivenza. Il podestà di Maccagno, pochi giorni dopo, approntò la risposta, che non poteva che essere positiva. Poche righe deliberative per certificare una situazione che già, di fatto, vedeva nel paese lacustre il naturale epicentro delle attività dell’intera Veddasca, concludendo con l’ineluttabilità della decisione. Unico vezzo appena celato tra le righe, la vera condizione posta all’operazione: il nuovo Comune si sarebbe chiamato “Maccagno”.
Tutto fatto? Nemmeno per sogno. A questa delibera i maccagnesi insorsero, facendo recapitare in Comune il dissenso marcato delle persone più in vista e facoltose del paese: “II sottoscritto fa opposizione all’aggregazione del Comune di Veddasca a quello di Maccagno per ragioni economiche…”. Questo il testo della petizione che, senza mezze misure, poneva netto ostacolo all’unione auspicata dai rappresentanti istituzionali. Nel frattempo l’Italia e il mondo stavano entrando in una spirale terribile e le vicende di una guerra straziante posero fine ad ogni discorso. Ma resta un passato importante nei destini dei Comuni di Maccagno e Veddasca, un segno di una strada condannata a ripresentarsi.
Ancora una volta, la Storia aveva solo precorso i tempi.
Tornando al “nuovo” Comune di Maccagno Superiore, forse la scelta appare solo ai nostri occhi di secondaria importanza, tanto che al termine del secondo conflitto mondiale i mugugni si fecero sempre più forti in paese. Quell’unione forzata non fu mai veramente digerita fino in fondo: ma se questo era oramai quanto deciso, che si togliesse quell’ingombrante aggettivo di “Superiore”. Si cercò a lungo di soprassedere, tanto che fin dal 1948 sui documenti ufficiali, a partire da quelli elettorali, l’amministrazione comunale firmava i documenti sotto l’egida del solo “Maccagno”. Probabilmente era una soluzione un po’ goffa per cercare di tranquillizzare l’animo più esasperatamente campanilista che si agitava in paese. Ma ben presto la prefettura si accorse di quell’incongruenza e, con una nota formale, invitò sindaco e giunta a tornare all’utilizzo del vero nome di quel piccolo Comune affacciato sul Verbano. La dizione ufficiale non ammetteva remore, era e doveva restare Maccagno Superiore.
I maccagnesi, si sa, sono gente tosta. La questione, trascinata per anni, rispuntò sui banchi del consiglio comunale. Sfidando la calura estiva, il 23 agosto 1952 all’unanimità fu invitato il sindaco Angelo Krentzlin a porre in essere tutte le pratiche necessarie affinché il nome del paese venisse ufficialmente cambiato. Con un accorato appello al presidente della Repubblica Luigi Einaudi, fu inoltrata una dettagliata relazione con la quale si cercava di dimostrare l’ineluttabilità di una decisione che la Storia stessa imponeva: “…la denominazione suddetta (Maccagno Superiore) appariva giustificata allora, perché la differenziava dal vicino Comune di Maccagno Inferiore… e sotto l’aspetto campanilistico è quindi motivo di una sia pure blanda discordia….”.
Blanda discordia? Forse ancora ai nostri giorni, generazioni che furono giovani a cavallo della Seconda Guerra Mondiale potrebbero raccontare delle feroci sassaiole che si organizzavano tra diverse fazioni di qua e di là del Giona, o quando le processioni religiose venivano fermate proprio in corrispondenza del ponte stradale. Anche i santi dovevano rispettare le gerarchie. Bando al buonismo, o si era di Maccagno Superiore o di Maccagno Inferiore!
Ma la faccenda non era diversa neppure per le frazioni. Gli abitanti di Campagnano, Musignano e Garabiolo mal digerivano da sempre quella decisione di passare quali semplici aggregati a un Comune diverso. Ognuno geloso della propria autonomia e delle proprie tradizioni; tutti riconoscevano la storia millenaria di Maccagno Inferiore o “imperiale”, era noto a tutti come quel piccolo paese entrò a pieno titolo nei libri che raccontavano le vicende che traghettavano l’Italia dal Medioevo fino alla sua unità. Ma cosa c’entrava Maccagno Superiore? A sistemare tutto giunse salomonica (o pilatesca?) la decisione dello Stato centrale. Sulla Gazzetta Ufficiale del 10 agosto 1953 venne pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, con il quale si stabiliva che “…è stata cambiata la denominazione di codesto Comune da Maccagno Superiore in quella di Maccagno”.
Diversa ancora la storia del distacco da Maccagno e Colmegna. Il 27 marzo 1954 il Consiglio Comunale di Maccagno elesse Ivano Campagnoli alla carica di sindaco, succedendo ad Angelo Krentzlin. Tra le varie incombenze sul tavolo del neo eletto, spiccava la grana della petizione che 177 colmegnesi avevano presentato il 29 luglio 1951 al Presidente della Repubblica, volta alla separazione dal capoluogo posto a Maccagno. Secondo un censimento dello stesso anno, Colmegna era composta da 362 abitanti, suddivisi tra 176 maschi e 186 femmine. I motivi addotti erano numerosi e difficilmente contestabili: su tutti, il fatto che la piccola frazione gravitava, di per sé, già su Luino, alla quale apparteneva anche da un punto di vista geografico. Sicuramente pesava anche la distanza non solo chilometrica da Maccagno, a sua volta ancora alle prese con l’unificazione avvenuta solo qualche anno addietro.
Inutile dire che questa presa di posizione fu vista sulle sponde del Giona come un accadimento assolutamente nefasto, e già nel mese di ottobre di quel medesimo 1951 il Consiglio Comunale di Maccagno espresse parere sfavorevole al distacco della frazione di Colmegna. In realtà, a leggere con attenzione i numeri di quella decisione s’intravedeva già qualche crepa circa le aspirazioni dei vicini: su quattordici presenti, solo otto consiglieri fecero sentire il proprio dissenso. Ma tanto bastava, e tutti gli organi dello Stato furono informati della decisione.
Le motivazioni addotte a questo diniego, non brillavano certo per spirito unitario: lo stesso sindaco Campagnoli, una volta eletto, in una corrispondenza con la Prefettura di Varese rimarcava il danno economico che derivava da tale scelta. Infatti, sarebbero venuti di colpo a cessare da un lato gli introiti provenienti dai contribuenti colmegnesi, e dall’altra sarebbero cessati i relativi contributi provenienti dal Governo centrale. Forse per motivi esattamente opposti, l’allora sindaco di Luino Giuseppe Cerutti contribuì a dare una discreta accelerata al provvedimento, spedendo il proprio Segretario Comunale a raccogliere i dati statistici ed economici che sarebbero derivati dall’annessione. Inoltre, veniva nominata una commissione bilaterale che definì i confini della frazione contesa, dei quali pubblichiamo il documento ufficiale e definitivo.
Il corso degli eventi aveva però preso un’altra strada, e gli strali maccagnesi non sortirono alcun effetto. Il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi legò il suo nome anche a questa piccola vicenda di provincia, quando con il proprio decreto n.1042 del 25 settembre 1955 sancì il definitivo distacco di Colmegna dal Comune di Maccagno a favore di Luino. Nella piccola storia di questi due paesi restarono così legati i nomi dei primi cittadini che presero atto, con diverso entusiasmo, della decisione presidenziale: Carlo Zona per Luino e, appunto, Ivano Campagnoli per Maccagno.
La storia merita ancora una piccola aggiunta, ma assai significativa. Ci viene in soccorso il carteggio che intercorse proprio tra Campagnoli, fervente esponente della Democrazia Cristiana, e l’onorevole Pio Alessandrini, che di quel partito fu per decenni esponente di spicco a livello nazionale. Dalle carte traspare l’evidente imbarazzo dell’onorevole che da un lato sedeva tra i banchi del Consiglio Comunale di Luino e dall’altro non poteva dispiacere apertamente ad una parte del proprio Collegio elettorale. Ivano Campagnoli non celò la sua amarezza, ma chiuse la vicenda con estrema serenità.
La svolta si ha infine nel 2013, quando prende forma la prima fusione della storia della Provincia di Varese. I consigli comunali di Pino sulla sponda del Lago Maggiore e di Veddasca deliberarono il 27 marzo di quell’anno la volontà di fondersi tra loro e con Maccagno, il cui consiglio comunale si espresse favorevolmente poche settimane dopo, il 10 aprile.
A quel punto, la Regione preso atto delle volontà dei tre Comuni e indisse il referendum consultivo, da tenersi domenica 1° dicembre 2013. L’esito del voto: Veddasca: SÌ (119 Sì contro 13 No); Pino Lago Maggiore: SÌ (56 Sì contro 55 No); Maccagno: SÌ (536 Sì contro 535 No). Con Legge Regionale nr. 8/2014 del 4 febbraio 2014 fu istituito il Comune di Maccagno con Pino e Veddasca.
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