Cuvio | 24 Ottobre 2023

Cuvio, anziano morto alla casa di riposo: tutti assolti

Nessuna responsabilità per i quattro imputati rispetto ai fatti del 21 marzo 2017. L’uomo, affetto da demenza senile, si gettò da una finestra della struttura

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Il 21 marzo 2017 un 74enne, affetto da demenza senile e ospite della casa di riposo Residenza Prealpina di Cuvio, si era gettato da una finestra dopo essere scappato dalla sua stanza, e il suo corpo privo di vita era stato ritrovato all’alba – dal personale della struttura – infilzato sulla ringhiera della recinzione esterna.

Ma la responsabilità di quella tragedia non è da attribuire all’allora rappresentante legale della casa di riposo, e nemmeno al medico e alle due operatrici socio-sanitarie in servizio al momento dei fatti. Lo ha stabilito il Tribunale di Varese, assolvendo i quattro imputati dall’accusa di cooperazione in omicidio colposo.

Quell’anziano, con una condizione cognitiva paragonabile a quella di un bambino di 5 anni, non doveva trovarsi nella sezione “casa albergo” della struttura, dove gli ospiti sono autosufficienti; ma avrebbe dovuto essere collocato nel nucleo della Rsa, così da essere sottoposto ad un più stretto monitoraggio.

Questa la tesi del pubblico ministero, che al giudice aveva chiesto due condanne – 8 mesi per il legale rappresentante, 1 anno e 4 mesi per il medico – ma anche l’assoluzione delle due oss. «Si sono trovate nella materiale impossibilità di effettuare una sorveglianza più assidua», aveva infatti sottolineato il pm Antonia Rombolà nella sua requisitoria, mettendo in evidenza il fatto che la sera del 21 marzo di sei anni fa, ad occuparsi di quasi cento pazienti in quella casa di riposo vi erano soltanto le due operatrici sociosanitarie.

L’anziano, che nei giorni precedenti alla sua morte aveva più volte tentato la fuga, si allontanò dal letto dirigendosi indisturbato in un’altra stanza; puntò verso una finestra e da lì finì di sotto. Stando all’accusa, il medico in servizio avrebbe dovuto aumentare le misure di controllo sul 74enne – che veniva assicurato al letto, dotato di “spondine”, con una fascia di contenimento, mai trovata dai carabinieri durante le indagini – e assumeva dei farmaci, ma non in quantità tale da consentirgli di riposare la notte. I posti in Rsa, all’epoca dei fatti, erano tutti occupati. E nell’attesa che se ne liberasse uno, l’anziano fu ospitato in un’area che per la Procura non era adeguata alla gestione delle sue patologie.

Eppure la struttura in Valcuvia era l’unica, tra quelle individuate dai servizi sociali del Comune di residenza dell’uomo, in grado di ospitarlo, dato che il 74enne non poteva permettersi di pagare una badante a domicilio. Lo ha sottolineato nella sua arringa l’avvocato luinese Corrado Viazzo, difensore dei quattro imputati insieme alla collega Vera Dall’Osto.

Per la difesa, inoltre, il medico finito a processo non aveva il compito di sorvegliare i pazienti, ma al massimo quello di dare indicazioni, in ambito sanitario, in caso di necessità. L’anziano – ha aggiunto l’avvocato Viazzo – quella sera era stato messo a letto con le solite precauzioni (spondine e fascia), ma in qualche modo riuscì a liberarsi: «E’ possibile sottrarsi ai presidi di contenimento – ha evidenziato il legale – anche perché la presa non deve causare il rischio di problemi respiratori o cardiaci, e dunque resta un margine per divincolarsi. E in questo le persone particolarmente magre, come la vittima di questa vicenda, sono agevolate».

I parenti del 74enne sono stati risarciti tramite assicurazione: «Era quello che ci si aspettava moralmente dalla casa di riposo», ha aggiunto in conclusione l’avvocato Viazzo prima di chiedere l’assoluzione dei suoi assistiti.

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