La sera del 21 marzo 2017, all’interno della casa albergo della Residenza Prealpina di Cuvio, c’era un “sorvegliato speciale”. Un uomo di 74 anni, affetto da demenza senile, che all’alba del giorno successivo fu trovato cadavere all’esterno della struttura, infilzato nella ringhiera della recinzione.
Per il drammatico fatto sono ora a processo in tribunale a Varese, con l’accusa di cooperazione in omicidio colposo (qui i dettagli), l’allora rappresentante legale della casa di riposo, un medico e due operatrici socio sanitarie in servizio quel giorno.
Proprio le due donne, nell’udienza odierna, hanno affermato che poco prima del tragico fatto, cioè del momento in cui l’anziano aveva lasciato il suo letto per entrare in un’altra stanza e gettarsi dalla finestra, la situazione era sotto controllo. L’uomo, stando alla versione delle imputate, difese dagli avvocati Corrado Viazzo e Vera Dall’Osto, era stato messo a letto seguendo le prescrizioni, cioè con le spondine del letto alzate e con una fascia da corpo che avrebbe dovuto tenerlo fermo, visti i tentativi di fuga che già si erano verificati all’epoca dei fatti.
Non la pensa così la Procura di Varese. Secondo le accuse, infatti, le persone ora a processo non avrebbero vigilato correttamente sull’anziano, che inoltre si trovava in una struttura non idonea per le sue delicate condizioni. Una struttura in cui, durante la notte della tragedia, erano in servizio due sole oss, chiamate ad occuparsi di un elevato numero di pazienti, tra giri di controllo per le stanze e compilazione delle schede riguardanti gli ospiti.
«Dormiva e indossava la fascia di contenimento», hanno affermato le due operatrici in aula riferendosi allo stato della vittima, circa mezz’ora prima dell’estremo gesto. Di quella fascia, però, in sede di indagine, consultando il diario infermieristico e ancora ispezionando la stanza del paziente, i carabinieri non trovarono traccia. Sempre per le due oss l’uomo, ad un tratto, sarebbe riuscito a scivolare fuori dal letto, per poi allontanarsi dalla sua stanza, in un frangente in cui nessuno stava vigilando su di lui.
Importante infine la testimonianza dell’avvocato che nel 2016 aveva ricoperto il ruolo di amministratore di sostegno per l’anziano, un uomo che non era in grado di affrontare la vita quotidiana in autonomia, ha raccontato l’avvocato, e che non poteva permettersi di essere assistito giorno e notte, in casa, da una badante. Per questo l’amministratore avviò la richiesta di presa in carico dell’uomo da parte del suo Comune di residenza, chiedendo all’ente pubblico di contribuire alle spese per il trasferimento del soggetto in una struttura sanitaria idonea. «Una Rsa», ha sottolineato il legale.
A quel punto fu individuata la casa di riposo in Valcuvia, dotata effettivamente di una Residenza sanitaria assistenziale, che tuttavia in quel momento non aveva posti liberi, stando a quello che è emerso nelle precedenti udienze del processo. Tanto che il 74enne fu collocato momentaneamente in una zona diversa dalla Rsa, seppur attigua al reparto giusto per lui.
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