Come previsto e lasciato intendere già alla conclusione delle indagini, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, nell’ambito del cosiddetto “caso camici”.
La richiesta è stata formulata in sede di udienza preliminare. L’accusa per il governatore lombardo è di frode in pubbliche forniture per un fatto avvenuto in piena pandemia, nell’aprile del 2020.
Regione Lombardia contattò Dama Spa (azienda del cognato di Fontana, Andrea Dini) per una commessa del valore di circa mezzo milione di euro, finalizzata all’acquisto di 75 mila dispositivi di protezione individuale. Il legame familiare tra Fontana e l’azienda suscitò l’interessamento della trasmissione Rai “Report”, che fiutando il possibile conflitto di interessi iniziò a fare domande.
Seguì l’annullamento dell’ordine, con la conversione della compravendita in donazione, e la decisione di Fontana di bonificare a Dini la somma di 250 mila euro per i camici che erano già stati prodotti prima che scoppiasse il caso. Il tentativo di bonifico era partito da un conto svizzero del governatore. Poi arrivò la segnalazione della Banca d’Italia per operazione sospetta, fatto da cui scaturirono ulteriori indagini poi sfociate nelle accuse di autoriciclaggio e falso in voluntary disclosure, definitivamente archiviate a fine febbraio.
Per il “caso camici”, invece, si tornerà in aula per le conclusioni della difesa e per la decisione finale del giudice. La richiesta di rinvio a giudizio è stata estesa ad altri soggetti coinvolti nella vicenda: lo stesso Andrea Dini, l’ex direttore generale di Aria (centrale acquisti di Regione Lombardia), Filippo Bongiovanni, la direttrice acquisti di Aria e il vicesegretario generale di Regione Lombardia, Pier Attilio Superti.
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