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Milano | 29 Luglio 2021

“Caso camici”, la procura chiude le indagini su Attilio Fontana

I pm milanesi hanno ribadito la convinzione circa la colpevolezza del governatore, accusato di frode in pubbliche forniture. "Agì per convenienza personale"

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La procura di Milano ha chiuso le indagini in vista della richiesta di rinvio a giudizio per il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana ed altre tre persone – tra cui il cognato Andrea Dini, proprietario di Dama Spa – nell’ambito del caso di presunta frode in pubbliche forniture riguardante la compravendita di camici ed altri dispositivi di protezione individuale tra la centrale acquisti di Regione (Aria) e l’azienda di Dini.

Notificando l’avviso di conclusione delle indagini, la procura ha ribadito la propria convinzione circa la colpevolezza di Fontana e Dini, i quali mediante un “accordo collusivo” avrebbero anteposto all’interesse pubblico, l’interesse e la convenienza personale, in riferimento alla situazione economica dell’azienda del cognato del presidente, proprietaria del marchio di abbigliamento Paul&Shark, e dei margini di guadagno derivanti dall’operazione, valutata complessivamente in oltre mezzo milione di euro e definita durante il primo periodo di vera emergenza pandemica.

L’accordo prevedeva la produzione e consegna alla Regione di circa 75 mila camici. Il primo ordine di circa 45 mila dispositivi venne fatturato ad aprile (250 mila euro) ma a maggio, poche settimane dopo, la compravendita fu convertita in donazione, su richiesta di Dini, a seguito di dubbi sorti negli uffici regionali circa il legame societario di Dama con la famiglia di Fontana (nella società del cognato è inoltre presente la moglie del governatore). In quegli stessi giorni i giornalisti della trasmissione Report iniziarono ad occuparsi della questione e a fare domande.

Gli inquirenti hanno ricostruito il passaggio dall’ordine del materiale alla donazione attraverso mail e messaggi whatsapp, stabilendo un legame tra l’accusa formulata e ciò che avvenne subito dopo il blocco della fornitura, grazie alla segnalazione, effettuata dall’anti riciclaggio, di un bonifico sospetto fatto partire – e poi bloccato – da un conto svizzero di Fontana. Bonifico dell’importo di 250 mila euro circa (l’equivalente della prima partita di camici) che il governatore ha poi inquadrato come “gesto di solidarietà”. Un gesto che per la procura corrisponde invece alla volontà di Fontana di rimediare all’accordo sfumato restituendo i soldi al cognato, che nel frattempo si era mosso per piazzare ad altri enti i camici rimasti invenduti.

Ed è da quella operazione sospetta che il Nucleo valutario della guardia di finanza ha avviato l’indagine che ha poi condotto al secondo filone della vicenda, quello che vede il governatore indagato per autoriciclaggio e falso in voluntary, accuse legate alla natura del denaro presente su un conto svizzero che il presidente ha ereditato dalla madre, e dal quale era partito il bonifico diretto a Dini. Un conto su cui è custodito un patrimonio da oltre 5 milioni di euro, che secondo chi indaga deriverebbe in parte da denaro accumulato da Fontana, negli anni da avvocato, praticando evasione fiscale.

Dalla accuse riguardanti il conto svizzero, Fontana si è sempre difeso affermando di averlo ereditato nel 2015, dopo la morte della madre, e di non avervi mai messo mano in precedenza. Ma nei primi anni duemila quel conto viene trasferito e i capitali custoditi aumentano di alcuni milioni. Nel 2015, poi, il conto viene dichiarato al fisco, per intero, attraverso l’adesione alla voluntary disclosure, cioè quella procedura che consente ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione in merito a patrimoni detenuti illecitamente all’estero. Una soluzione, quella dello scudo fiscale sull’eredità, che Fontana adottò, secondo la procura, per regolarizzare il conto senza intaccare la propria immagine pubblica, e risolvere così in modo definitivo la precedente evasione.

Tornando alla conclusione delle indagini, i legali di Attilio Fontana, Jacopo Pensa e Federico Papa, hanno affermato che la notifica della procura consentirà di “assumere le iniziative previste dalla legge per dare un contributo di chiarezza allo sviluppo dei fatti che così come descritti non corrispondono al vissuto del presidente“. Il governatore, hanno aggiunto i due avvocati, “non si riconosce nell’articolato capo d’imputazione” e nella ricostruzione dell’intera vicenda.

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