In queste ore il popolo svizzero è chiamato alle urne per esprimersi rispetto alla cosiddetta iniziativa popolare per una “immigrazione moderata”.
Iniziativa promossa dall’UDC, l’Unione Democratica di Centro, di cui abbiamo avuto modo di parlare diverse volte nelle ultime settimane, e sempre per fatti poco piacevoli, come nel caso dei controlli a tappeto sugli italiani per il rinnovo dei permessi di soggiorno e di lavoro.
In discussione ci sono gli accordi sulla libera circolazione con i Paesi UE, in vigore dal 2002, che i promotori del referendum mirano a far cadere, avendo fatto del tema una questione culturale, di spazi lavorativi per i cittadini elvetici e perfino di welfare (non sono una novità le considerazioni degli esponenti dell’UDC su stranieri e frontalieri, come dimostrato anche dagli ultimi discussi casi, primo su tutti quello scaturito dal video propagandistico in cui una adolescente svizzera descrive gli effetti del degrado e delle mancanze prodotte quotidianamente, in vari settori della vita pubblica, dalla presenza degli stranieri).
Altri trattati bilaterali sono connessi all’esito del referendum che per questa ragione – nonostante i pronostici indichino come poco probabile una vittoria del sì – assume un rilievo non indifferente per il futuro del paese. Si tratta dell’insieme di norme che regolano i rapporti con l’Unione Europea rispetto a settori di cruciale interesse per il benessere economico – e non solo – della Svizzera: trasporti, ricerca, agricoltura e commercio, per citarne alcuni.
Se il “sì” al referendum dovesse prevalere, tutti i trattati bilaterali connessi a quello sulla libera circolazione, verrebbero automaticamente meno, con un effetto “domino” dalla portata considerevole per tutte quelle realtà che vivono di rapporti internazionali e, soprattutto, di esportazioni.
Stando alle prime proiezioni, tuttavia, lo scenario peggiore appare già molto lontano. Il “no” viaggia infatti verso percentuali elevate, tra il 63 e il 67%, con l’unica eccezione del Canton Ticino, dove secondo i dati dell’istituto gfs.bern il “sì” è stato scelto dalla maggioranza, intorno al 54% dei votanti.
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