La prima cosa che si deve tenere in considerazione quando si parla del Premio Nobel per la Letteratura, è che la prestigiosa onorificenza viene attribuita ad uno scrittore per la sua intera produzione, e non per una singola opera.
E’ però di singole opere che parliamo nell’appuntamento di questa settimana con gli aneddoti di Mauro della Porta Raffo. Opere appartenenti a due monumentali autori, entrambi vincitori del Premio Nobel a pochi anni di distanza, entrambi statunitensi e universalmente collocati tra gli autori più importanti del secolo scorso.
William Faulkner (1897 – 1962) ed Ernest Hemingway (1899 – 1961) erano però legati anche da un rapporto che possiamo definire di “amore e odio” tra colonne della letteratura mondiale. Un rapporto di pubblico dominio perché connesso alla produzione di entrambi, alla configurazione dello stile, al modo profondamente diverso di selezionare le parole e accompagnarle sulla pagina. Da una parte c’è la prosa sofisticata di Faulkner, che nel collocare Hemingway tra i cinque scrittori più influenti degli anni Trenta (assegnandoli un quarto posto che il collega di penna non digerì), lo accusa di poco coraggio e scarsa ricerca (“non ha mai usato una parola che il suo lettore dovesse andare a cercare sul vocabolario”); dall’altra l’autore di “Addio alle armi” (ricordato in terra lacustre anche per una descrizione altamente poetica del Verbano e di Luino, consegnata alla storia nel finale dell’opera), decisamente più conciso ma non per questo meno ispirato dalla necessità di trovare sempre e comunque “la parola giusta“.
Gli incroci tra i due romanzieri, analizzando le rispettive biografie e – nello stile di questa rubrica settimanale – gli aspetti più curiosi delle stesse, non sempre hanno goduto di vicende per così dire “da intellettuali” su cui discettare. Nel 1949 Faulkner riceve il Nobel per la Letteratura e la reazioni di Hemingway non ha bisogno di particolari interpretazioni: “Peggio per lui, quel figlio di puttana non scriverà mai più niente di buono”.
Non conosciamo nello specifico a cosa fosse dovuto tale malumore, tuttavia conosciamo il senso di quella che può essere chiaramente letta come una profezia: dopo aver ricevuto il Nobel, uno scrittore perde – come se fosse una questione ‘fisiologica’ – la sua vitalità produttiva. Ma il discorso era valido anche per lo stesso Hemingway, che di lì a pochi anni vinse a sua volta il Premio? La risposta, come di consueto, nel video in allegato.
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