Luino | 13 Ottobre 2019

Luino in prima linea per la sensibilizzazione verso i disturbi specifici dell’apprendimento

Continua l'impegno dell’associazione "InForm@DSA Luino", che ha organizzato una giornata a Palazzo Verbania con i professori Cesare Cornoldi e Rossana De Beni

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Sono riprese alla grande le attività dell’associazione ‘”InForm@DSA Luino”, che lo scorso mese di giugno, nel corso di un’assemblea straordinaria dei soci, ha modificato la propria denominazione da ‘Onlus’ a ‘APS’, cioè associazione di promozione sociale.

In realtà nulla è cambiato nell’impegno che il gruppo di genitori e insegnanti del luinese persegue da alcuni anni per la sensibilizzazione verso i disturbi specifici dell’apprendimento, stigmatizzati dal famigerato acronimo DSA, che tanto spaventano le famiglie e che necessitano di un adeguato supporto specialistico nel mondo della scuola.

Ecco dunque che, ad anno scolastico appena iniziato, lunedì 30 settembre scorso, presso la sala convegni di Palazzo Verbania, è stata organizzata una giornata di approfondimento sugli “Stili e strategie di apprendimento”, con l’illustre presenza del professor Cesare Cornoldi, docente Ordinario di Psicologia dell’apprendimento e della memoria presso la facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Padova, e della professoressa Rossana De Beni, psicologa e psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia Generale presso la medesima Università.

I due esperti e ricercatori di livello nazionale e internazionale hanno suddiviso la giornata in due momenti di riflessione: nel pomeriggio si è svolto un mini corso per docenti e tutor, dedicato ai “Consigli pratici“; durante la serata aperta a tutti, invece, si è parlato di “Cosa è meglio per me“, nell’ambito di questa complessa problematica che coinvolge un numero sempre più crescente dei nostri ragazzi.

La giornata dei due relatori era iniziata in forma privata, con una breve visita a Colmegna, nei luoghi cari al professor Guido Petter, accompagnati dal professor Giovanni Petrotta dell’I.C. “B. Luini”. Il famoso accademico scomparso nel maggio 2011 era originario proprio della piccola frazione luinese e, dal 1963, era stato ordinario di Psicologia dell’Età Evolutiva presso l’Università di Padova, nonché tra i fondatori del Corso di Laurea in Psicologia nel lontano 1971.

Alle 17, al loro rientro a Palazzo Verbania, i due insigni studiosi hanno trovato un Verbania gremito di spettatori in attesa di ascoltare le loro parole e, dopo una breve presentazione della presidente Antonella Simonelli, il prof. Cornoldi è entrato, senza preamboli, nel vivo della sua relazione, che prendeva spunto da una sperimentazione effettuata nell’ambito dei suoi molteplici progetti di ricerca sperimentale nell’ambito della psicologia cognitiva.

Che cosa accade, dunque, quando uno studente studia? “È potenzialmente strategico, fin dalle prime classi della scuola primaria, poi, paradossalmente, perde questa capacità”. Perfino bambini molto piccoli, giocando a “nascondi cosa”, cercano di memorizzare e trovare un modo efficace per ritrovare l’oggetto nascosto. Poi invece, crescendo, saper pianificare e organizzarsi nello studio usando, per esempio, il “self testing” come processo di autoregolamentazione del processo di apprendimento, viene trascurato, perfino da studenti universitari.

Ci si preoccupa di capire ciò che si sta leggendo? Si sa ripetere con parole proprie ciò che si è studiato? È utile una memorizzazione meccanica? “Imparare a studiare”: questa la frase madre di tutte le battaglie intraprese da docenti, famiglie e allievi per arrivare ad elaborare le corrette strategie di apprendimento. “Molti studenti non usano le conoscenze che già possiedono, altri leggono ad alta voce, ma questo è tipico di uno studio meccanico”. Ha affermato Cornoldi.

In realtà è necessario abolire le cosiddette “ricette”, soprattutto quando si parla di DSA. “L’insegnante non può adattare il proprio metodo di insegnamento a tutti i diversi stili dei suoi alunni. Dobbiamo invece portarli a riflettere sugli stili che essi stessi possiedono, far loro capire perché incontrano certe difficoltà. Ecco allora che l’insegnante diventa un facilitatore, aiutando i suoi ragazzi a rendersi conto delle proprie caratteristiche, adattando il metodo di studio allo stile più congeniale per loro”.

Ma non dimentichiamo che esiste anche il “Default mode” del nostro cervello, quel “sognare ad occhi aperti” che la neuroscienza annovera tra i suoi metodi di studio innovativi per comprendere la complessità dei processi cognitivi. Così ha avuto inizio il vivace intervento della professoressa De Beni, che ha invitato l’uditorio a “pensare al pensiero di noi stessi”. Se è vero che solo dal confronto con il compito concreto nasce il metodo di studio, allora, a seconda delle caratteristiche del compito e di colui che lo deve svolgere, saranno utilizzate differenti strategie.

Ma attenzione: “Una strategia diventa autentica soltanto quando mi è stata utile”. Ma lo studente strategico, conosce anche il rapporto tra costi e benefici. “Sa che alcune procedure garantiscono l’apprendimento, ma hanno costi elevati”. Ecco allora entrare in gioco le “mnemotecniche”, ovvero l’insieme di regole e tecniche per memorizzare rapidamente e più facilmente informazioni difficili da ricordare. Allora pensiamo anche a come seminiamo, coltiviamo e facciamo crescere questi apprendimenti. Perché far leggere ad alta voce, raccomandandosi di “leggere bene”? Lo scopo del povero Pierino di turno sarà solo quello di “arrivare vivo all’ultima parola”.

Ha proseguito nella sua effervescente trattazione la professoressa De Beni. Ecco perché è quanto mai fondamentale ricordare che ‘Lo studio è accettare di cambiare, di divenire e questo fa paura, perché può comportare un enorme dispendio di risorse e di energie. Significa esporsi a un rischio, perché la mente non si può controllare. Serve avere chiaro il proprio obiettivo: si deve studiare interrogando il testo, ponendogli domande. Non esiste riflessione sui pensieri che non sia riflessione sulle emozioni’.

Numerose, al termine dei due applauditissimi interventi, le domande del pubblico, alle quali i due accademici hanno risposto concordando entrambi sul fatto che il mestiere dell’insegnante sia il più difficile e “anche se i bambini imparano da soli nonostante la scuola, più la situazione si fa difficile, più bisogna fare rete: insegnanti, esperti e famiglie devono lavorare insieme”. Alla fine un’ultima raccomandazione, rivolta soprattutto agli insegnanti: “Siate capaci di iniziativa e intraprendenza, favorite la creatività, realizzate più laboratori, offrite più spazio alle abilità, così come alla capacità di pensare”.  (Fonte Eco del Varesotto)

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