Luino | 3 Novembre 2018

“Linea Cadorna”, le testimonianze luinesi per chiudere il centenario della “Grande Guerra”

Il professor Carlo Banfi propone alcuni episodi realmente accaduti, prendendo spunto da personaggi delle valli del territorio. "Il ricordo è fondamentale"

Tempo medio di lettura: 5 minuti

Anche la testimonianza storica, rappresentata e valorizzata sotto forma di narrativa, si aggiunge al ricco scenario di contributi che in tutto l’Alto Varesotto raccoglie al suo interno le iniziative per i cento anni dalla fine della Grande Guerra.

Numerosi infatti sono gli appuntamenti che avranno luogo sul territorio nel fine settimana, nelle piazze e tra le vie dei paesi, dove in occasione dell’anniversario, in calendario domenica 4 novembre, amministratori e cittadini condivideranno momenti di celebrazione e ricordo nell’ambito della festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, impreziosita dal centenario del cosiddetto armistizio di Villa Giusti che nel 1918 pose fine alle ostilità belliche.

E’ nel quadro di tale ricorrenza che lo scrittore Carlo Banfi, originario di Caronno Pertusella ma residente nel Luinese, ha scelto di donare gentilmente alla nostra redazione un estratto del suo romanzo intitolato “Linea Cadorna(Edizioni Virgilio). Un libro di cui avevamo parlato alcuni mesi fa, interamente dedicato al dramma della guerra vissuto attraverso le esperienze della gente comune e le lettere autentiche vergate da alpini e reduci.

Quelli che riportiamo di seguito sono dunque alcuni passaggi, tratti dal volume, che vedono l’alternarsi di episodi storici realmente accaduti e vicende ispirate da personaggi delle nostre valli.”Credo sia il modo migliore – afferma lo stesso Carlo Banfi, motivando così la scelta di condividere gratuitamente una parte del suo lavoro con i lettori – per ricordare gli avvenimenti trascorsi con l’occhio della narrativa – testimonianza“.

(…)

L’Enrico mi ha raccontato anche di altri episodi. Una
notte era di ispezione con un Capitano e trovano
addormentato vicino al pezzo di artiglieria l’addetto di
guardia, un certo Giudici di Vistarino nel Pavese. Un
contadino, un bravo ragazzo. Per arrotondare intagliava il
legno di pioppo per tirarne fuori zoccoli.

L’ho rivisto dopo la guerra, in una fiera, ed è stato lui a
riconoscermi. Faticavo a metterlo a fuoco, gli erano venuti
bianchi tutti i capelli. Ci siamo abbracciati. Quel sonno mentre
era di guardia gli poteva costare il Tribunale Militare.
Per punizione il Capitano lo ha spedito in prima linea
come segnalatore di tiro. E ci volevano sangue freddo e
capacità, altrimenti per un razzo segnaletico sbagliato si
rischiava di massacrare i nostri. Purtroppo capitava, dalla
nostra e dalla parte austriaca.

Alla sua prima esperienza tra gli assaltatori, una
cannonata nemica ha centrato il pezzo dove si trovavano i
suoi commilitoni: sono tutti morti.
“Tenente Zosi, gliene racconto una – mi ha detto quel
giorno – adesso che è finita la guerra posso anche farlo.
Ormai non mi manda più sotto processo, ma poi lei non
era il tipo da ricorrere a simile provvedimento. In un
assalto dove esplodevano cannonate da ogni dove, per
ripararmi mi sono buttato in una grotta.
C’era già un austriaco. Ci siamo guardati e siamo
rimasti là, uno a fianco dell’altro, ad aspettare che finisse
la buriana. Poi ognuno è andato dove doveva andare. E’
per questo che mi sono venuti i capelli bianchi.
E visto che siamo in confidenze, gliene rivelo un’altra.
In uno di quegli assalti forsennati ho visto un fante
piantare in pancia a un austriaco la baionetta innestata sul
’91. Quello l’aveva afferrata e la stringeva con le mani,
con tutte le forze che gli erano rimaste.
Attimi. Un suo commilitone stava per piombare sul
soldato italiano, che d’istinto ha sganciato la baionetta e
con l’ultimo colpo che aveva in canna ha preso in pieno
petto l’accorrente. Poi ha buttato il ’91, ha raccattato un
grosso sasso, ha poggiato su una pietra la mano che aveva
sparato e con un colpo tremendo si è sfracellato le dita.
Ho testimoniato davanti al Tribunale Militare che è
stato un tiro di artiglieria a mandare in frantumi la roccia e
la mano. L’hanno congedato. Era un friulano e aveva
nome Turoldo. Mi ricordo ancora i suoi occhi azzurri e il
sorriso. Dopo la guerra ho ricevuto una sua lettera che mi
confermava una imperitura riconoscenza. Mi scriveva che
dopo Caporetto il suo paesino di Coderno era stato
occupato dalle truppe austriache. Un ufficiale si era
insediato in casa sua e la moglie era costretta tutti i giorni
ad imbandirgli la tavola, quando loro pativano la fame e
quello gli stava svuotando il pollaio. ′′Buono chicchirìchi!
Buono′′ buttava là il pasciuto graduato, quando si alzava
dalla mensa. Finché un giorno quella povera diavola
esasperata gli ha ribattuto: ′′Buono la Piave! Buono′′.
L’austriaco se l’è presa a morte e voleva fucilarla. Poi è
prevalso il buon senso ed è stata risparmiata”.

La signora Rosa Porra, la moglie del Giovanni, aveva
invece perso il fratello Francesco, caporale degli alpini, caduto
il 5 febbraio 1918. Aveva passato al Pedar una lettera che
veniva dal fronte e portava la data del 1° luglio 1917:
Cara Sorella oggi ho ricevuto la tua gradita cartolina
sento che tu desideri sapere mie notizzie lo sai bene che
c’è la censura; ne avrei tante da raccontarti ma non oso
(la scrittura in diversi tratti risultava indecifrabile) perché
sciuppano … … ieri o ricevuto notizzie che stanno tutti
bene questo fa molto piacere per uno che si trova in
queste montagne … … in mezzo ai pericoli. Per quanto
alle vite certe volte sono aspre ma adesso è un po’ di
giorni che siamo tranquilli il giorno brutto è stato il
giorno 10 di giugno ed il giorno 19 al 20 stesso mese
allora ti garantisco sorella non ti sapevi più … … di qui o
di la dall’altra … … era il giorno del giudizzio … … più
di 2000 cannoni … … calibri che tuonavano e … … non
discorrere più perché … … azzione ancora ma adesso
sono in riposo siamo in attesa di partire per un altro
fronte. Adesso ci troviamo qui sui altipiani di Asiago sul
monte Zebio ma adesso … … andiamo via tutte le ore si
aspetta l’ordine di partire ma non si sa dove si va.
Fin’ora io vado avanti ancora come per la salute cosa
vuoi qui non ti fanno tanta attenzione bisogna sempre
andare. O sentito che la tua suocera è un po ammalata
cosa vuoi sono disturbi vecchi quelli li che … … non tener
calcolo poco o … … si sentiranno sempre ma … … se
non sono morto qui come mi credevo prima di partire
non si muore più … … dalle volte una palla allora
cambia. Coraggio tu non credi come sono ancora calmo
per sino il mio tenente mi a già proposto caporale per
meriti di guerra: … … mi danno i galloni Dunque … …
di scrivere … … ringrazzio … …di questa cartolina che
tanto mi ha fatto piacere per … … ricevi cento baci a te
Giovanni e i bambini e tanti saluti a Marta e Felice a
tutti in famiglia indistintamente. Sono il tuo
affezionatissimo
fratello
Francesco
Porra
(Trentino)

La signora Rosa Porra dopo la guerra si era
documentata su quelle date del 10 giugno e del 19 al 20
stesso mese, come pure sui luoghi, Altipiano di Asiago e
Monte Zebio, di cui il fratello raccontava nella lettera.
Aveva partecipato come alpino alla battaglia del monte
Ortigara, una delle più sanguinose e “inutili” del conflitto.
Era iniziata il 10 giugno 1917 e continuata con vicende
alterne e perdite enormi per entrambi gli schieramenti – ma
in particolare per quello italiano – fino al 29 dello stesso
mese, quando i nostri soldati ricevettero l’ordine di
rientrare sulle linee di partenza. Fino al 20 furono le nostre
truppe a mantenere un atteggiamento offensivo, di seguito
dovettero sostenere il contrattacco austriaco.
I morti, i feriti e i dispersi per l’esercito italiano furono
più di 17 mila, 8800 circa quelli austriaci. Le perdite più
cruente si registrarono nel settore che vedeva protagonisti
gli alpini della 52a Divisione e in quello della Brigata
Sassari, proprio sul Monte Zebio, martellati persino dalla
nostra artiglieria.
Questa parte del fronte era presidiata dalla VI a Armata
sotto il comando del generale Ettore Mambretti. Il mese
successivo a quei terribili venti giorni sull’Ortigara,
Mambretti verrà destituito da Cadorna e inviato sulla
Frontiera Nord – Linea Cadorna. Arriverà anche a Luino
ad ispezionare i lavori, muovendo alcune critiche sui
sistemi difensivi fino a quel momento approntati.
Al Pedar quando all’osteria del Bagàtt in qualche triste
sera dell’inverno intonavano “Venti giorni sull’Ortigara/
senza il cambio per dismontaar/ ta-pum ta-pum ta-
puum” gli veniva la pelle d’oca alla schiena perché
conosceva bene le parole successive: “E domani si va
all’assalto/ soldatino non farti ammazzaar// Quando poi
si ridiscende a valle/ battaglione non hai più soldaa//
Nella valle c’è un cimitero/ cimitero di noi soldaa”. E
quando poi con voce sommessa si bisbigliava “Cimitero
di noi solda/ forse un giorno ti vengo a trovaar/ ta-pum
ta-pum tapuum” gli veniva il magone e deglutiva amaro.

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