(A cura di Carlo Banfi) Per strada. Oniria, tu vuoi che io ti racconti di questa brezza che tonifica e rinfresca l’interno della casa con porte e finestre spalancate. Di mattino torno dal campo col cesto colmo di prodotti della terra: fagiolini, un mazzo di carote, pesche, cetrioli, pomodori. L’insalata la colgo più tardi. Ormai all’alba e al tramonto devo innaffiare altrimenti tutto si rinsecchirebbe. Le verze ne hanno già risentito e stentano a chiudere. Meglio i cavolfiori e i finocchi, di recente trapianto. L’erba è inarrestabile.
Ieri ho passato il rasaerba sul terreno da poco recuperato ai margini del bosco e devo prestare molta attenzione ai ceppi che affiorano ancora resistenti al disfacimento del tempo; con l’impatto è facile rovinare la lama o addirittura piegare l’albero motore, come mi è già capitato.
I cinghiali avevano fatto cadere dei ciocchi da una catasta e nell’erba alta non li avevo visti. Tra sistemazione o sostituzione dell’intero motore era la stessa cifra e ho optato per il nuovo. Il meccanico mi ha garantito che ha l’identica resa del precedente, se non migliore, perché ne hanno fatta di strada rispetto al vecchio acquisto! Sarà un’impressione, ma mi trovavo meglio prima come potenza e tenuta.
I pulcinotti si stanno ambientando e perlustrano il terreno dietro casa; ma devo tenerli d’occhio perché possono sconfinare verso il bosco, e lì diventerebbe difficile ritrovarli, o nel grande prato del Giuvanìn e mi dà fastidio andarli a recuperare su un terreno non mio.
Di là dal ruscello a volte giungono i richiami del Costantino in ucraino, per gli animali che lo fanno disperare o semplicemente perché li invita al pasto o alla stalla. Voci che da bimbo sentivo nei cortili quando la sera riportavano le galline in pollaio per la notte, in precedenza liberate per lasciarle razzolare in libertà.
Era un “tè-tè-tè-tè” o un “cià-cià-cià-cinèta” e le bestiole raggiungevano il trespolo dove tra litigi, “cooo” e “crèèc” si accaparravano il punto desiderato per il riposo. Poi tutto si acquietava.
Ora sento un “né-né-né-né” o un “nà-nà-nà-nà” velocemente ripetuti e i colpi delle corna delle capre sulla greppia che si contendono. Poi è il gorgoglio del rigagnolo a tenermi compagnia.
Anche da noi col buio si muoveva la faina che approfittava del pollame non ben custodito. Ed era una grossa perdita perché tutto quello che trovava uccideva. Una donnetta del cortile, la Teresa – soprannominata la Biscia per i capelli ondulati -, i cui modi di dire e racconti traevano linfa e assimilazione nell’ottocento, sosteneva che l’odore amaro e mefitico del cuoio bruciato era un ottimo rimedio per tener lontano tali aggressori.
La Mariagrazia, che di tanto in tanto sbrigava qualche faccenda per la Mariuccia e il Berto, prima che si aggravassero, mi ha detto che a un suo cugino la faina in una notte ha ammazzato quindici tra galline e polli.
Questa donna non ha la patente e capita di incrociarla a piedi sulla strada che conduce al piano, e mi fermo per un passaggio. E’ stata l’ultima ad andare a trovare la Valentina Ucraina in ospedale e mi raccontava che il marito era distrutto e non sapeva come comportarsi: se farla dimettere e portarla nella terra dove era nata, o aspettare gli eventi.
Un’altra donna in cui mi imbatto di frequente lungo il percorso che porta a valle, è una signora del paese sotto. Scende o sale perché dà una mano a una famiglia marocchina che prima era in affitto vicino casa sua. E’ un po’ la nonna degli ultimi due nati e ci si è affezionata. Hanno altri due fratelli, ma già grandi e la mamma è in difficoltà ad accudirli tutti. Il padre è in giro per i mercati e di questi tempi raggranellare i soldi non è certo impresa semplice! Qui in costa ha trovato un affitto meno oneroso e ci si è trasferito.
Quella vecchietta non li ha abbandonati e col caldo o col freddo si sobbarca gli oltre due chilometri per badare ai bambini.
Dicono tutti che votano Lega, ma all’atto pratico hanno il cuore in mano e non si tirano indietro. E’ il contatto con le persone che educa la nostra anima e non le leggi che impongono scelte che a volte non hanno nulla di veramente umano.
Avvengono incontri strani nel destino, percorrendo quei pochi chilometri che ci separano dal paese di fondovalle o dalla provinciale. Sarà il caso? Mi ricordo che ero appena arrivato ad abitare qui e ho dato un passaggio a un ragazzotto di una frazione appena sotto. L’ho accompagnato fino a Luino.
Durante il tragitto abbiamo chiacchierato. Era scontento del suo lavoro, saltuario; mirava alla Svizzera e forse un conoscente aveva l’aggancio giusto. Ma c’era anche molta insoddisfazione e incertezza nel suo sguardo e nelle sue stentate espressioni.
Il vecchio ‘Doardo, uno dei primi che ho incontrato al Motto – la frazioncina dove risiedo -, non molto dopo mi ha riferito che quel ragazzo era morto su un treno, mentre tornava da Milano.
Una sera tardi scendevo in macchina con un po’ di timore: nevicava. Mio figlio rientrava da una partita di basket giocata in trasferta e – strano – non l’avevo accompagnato, forse per uno dei miei soliti mal di testa, che ancora mi tengono compagnia, brutta compagnia, che non auguri a nessuno.
Ho visto un’ombra al bordo strada: era un uomo che scendeva in valle. Capelli lunghi e bagnati, vestiti scuri e inzuppati. Ho accostato. Lo conoscevo, era un giovane del paese. Salito, ha messo una sigaretta tra le labbra e me ne ha offerta una, ma non fumo. Andava al bar di sotto, qui non c’era nessuno.
Quando ha avuto tra le mani l’automobile, dopo la patente, si è schiantato nel fondovalle. Senza più ritorno.
Un pomeriggio d’inverno – credo -, prima del buio, ho incrociato uno in bicicletta che saliva. Faticava. La pedalata era estremamente pesante e forzata. Portavo mio figlio agli allenamenti in palestra. Sfiorando il ciclista l’ho guardato in viso: era pallido e madido di sudore. “Arriverà su a piedi!”
E’ arrivato in bicicletta – ho saputo il giorno dopo -, l’ha lasciata cadere sul prato davanti a casa; ha raggiunto il divano e su quello è rimasto, morto.
Non sono stati solo questi gli incontri! Mi ricordo anche una ragazza che scendeva in macchina , di mattino presto, davanti alla mia. Improvvisamente è sbucato un capriolo che le si è buttato davanti e malgrado la frenata, l’auto gli ha dato una bella botta che per un attimo lo ha steso. Il tempo di connettere su quello che era accaduto e l’animale aveva già guadagnato il prato sulla destra, prima incerto e poi spedito nella corsa. In un baleno si era poi dileguato.
Lei era scesa dalla vettura e piangeva preoccupata per quel povero animale. Ho dovuto rincuorarla, l’importante che il veicolo non avesse subito danni e l’animale di sicuro se la sarebbe cavata.
Ce ne sono proprio tante da raccontare! Del resto è ormai più di venticinque anni che abito qui e chissà le volte che ho percorso quel tragitto. E’ capitato che hanno dato uno strappo anche a me, quando non avevo l’auto a disposizione.
Salendo o scendendo si incontra la vita, quella di tutti i giorni, colorita, pietosa, bella e anche brutta. Che conta è il vedersi, fermarsi se possibile, o scambiarsi anche semplicemente il saluto.
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