Alto Varesotto | 1 Dicembre 2024

La lettera dalla Veddasca: «Abbiamo perso la cultura della terra»

Carlo Banfi riflette sul futuro dell'agricoltura locale e condivide alcuni ricordi di vita. Le idee per valorizzare il territorio: cooperative e disoccupati, due risorse a cui affidarsi

Tempo medio di lettura: 6 minuti

Pubblichiamo la lettera inviata alla redazione da Carlo Banfi, che riflette sul futuro dell’agricoltura locale e condivide ricordi di vita incentrati proprio sul legame con la terra e le tradizioni.

Lo scritto contiene idee per la valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti tipici. L’importanza dei prodotti a chilometro zero, per la salute e la qualità della vita; Il ruolo dei terreni coltivabili, che si lega a quello degli enti pubblici e al potenziale inespresso di cooperative e persone rimaste senza lavoro. Questi alcuni degli spunti contenuti nella lettera, che riportiamo di seguito in forma integrale:

Oniria, tu vuoi che io ti racconti

dell’attesa dei passi che raggiungono l’erta sicuri, è il tuo cuore ormai incerto; conosci la meta malgrado il precipitare intorno e ti aggrappi alle minime certezze che vorresti dilatate all’infinito; intanto continua il tuo carosello di giorni e di incontri che sollecitano a credere ancora che il bene non verrà soffocato.

Per raggiungere il campo, di mattino ancora presto ho infilato gli stivali per il forte accumulo di rugiada mista alla pioggia rimasta nell’erba tonificata. I piedi mi si sono intirizziti. Ho colto qualche fagiolo rampicante, fagiolini che si stanno riprendendo dall’arido dei giorni scorsi, e pesche. Sono di una buona qualità, anche se cresciute selvatiche. L’albero ne era stracarico e creavano un tono allegro e invitante col loro color rossiccio frammisto al rosa tenue rimescolato col giallo. Anche la polpa mantiene quei colori intensi con prevalenza però del bianco.

Con la pioggia si sono gonfiati anche i fichi, che proprio stentavano. Ne ho colto un paio di cesti per la marmellata, di cui mia figlia è golosa, questa forse fra tutte è la sua preferita.

Ieri la moglie ha impastato il pane e stamani è già sul tavolo, caldo che meraviglia. Mio suocero ha infornato e sfornato pane per una vita. Ha cominciato a nove anni e si è arreso a sessantanove, con le lacrime agli occhi, fermato da una emiparesi.

D’abitudine, giorno dopo giorno, di sera prima di coricarsi aveva già preparato “ul levà”. Si alzava verso le tre per raggiungere il prestino di sotto. Lo sentivo. Quando dormo fuori casa ho sempre il sonno leggero, ma il mio allerta era anche l’anticipare il primo chiarore dell’alba per il divertimento di andare a pescare qualche carpa quando mi fermavo al paese della moglie, nella Bassa Milanese, con colture di mais e di riso a perdita d’occhio, intercalate da pioppi, rigagnoli, fontanili, fossi, canali per l’irrigazione e stradine strette che se incroci un altro veicolo sei in difficoltà. Nelle prime ore dell’alba potevi evitare che le zanzare ti divorassero.

Lì ti imbattevi in stalle e vecchi fabbricati, un tempo dimore per i braccianti della grande proprietà terriera, oggi ormai solo emblemi fatiscenti e corrosi dalle intemperie, una desolazione che fa male dentro.

In alcune cascine, oltre alla dimora padronale, c’era anche la chiesetta, con un abbozzo di campanile e la campana. La speculazione edilizia si sta appropriando anche di queste vestigia.

Con l’amico Rodolfo, che vedo per il solito caffè di compagnia, ne parliamo. Lui ha sistemato un rustico in sassi, oltre i mille metri, nella Val Veddasca. Attorno ce ne sono altri in totale abbandono e disfacimento. Là in alto ha ricavato un orticello ben protetto dai muretti per le incursioni dei selvatici, e quest’anno mi dice che la raccolta delle patate è stata ottima, diversamente dalle mie che hanno sofferto l’asciutto. Lui le bagna perché gli passa vicino una condotta d’acqua a cui attinge per il fabbisogno domestico.

Le mie, anche se di piccole dimensioni, rimangono ottime. E’ la qualità del raccolto che conta, conveniamo entrambi. Le produzioni industriali non ti garantiscono il genuino. Ci ammaliamo anche per il cibo, che a volte è esageratamente troppo e assunto in modo disordinato. Non c’è più neanche il piacere della tavola.

La crisi attuale potrebbe essere uno sprone a riscoprire il significato della terra che ci “alimenta et guberna”. I disoccupati e i cassaintegrati vanno indirizzati agli orti di paese. Gruppi di cooperative renderebbero disponibili i prodotti al mercato e ne favorirebbero lo scambio con altri non a chilometro zero, ma di qualità diverse.

Il territorio verrebbe gradatamente recuperato e rivalorizzato nella sua specificità, dei cibi, delle bellezze paesaggistiche e di storia artistica e umana. Il turismo, non solo locale, incontrerebbe terreno fertile e accogliente. Il degrado che porta scompiglio, troverebbe validi difensori e spenderemmo anche meno per il ripristino del paesaggio dopo le calamità naturali.

Gli Enti locali sono le sentinelle e da loro deve partire la scintilla, con la guida e l’intervento centrale, soprattutto per l’aspetto finanziario. Occorre programmare, investire anche a lunga scadenza con l’obiettivo di una vita di dimensioni umane nuove.

Sappiamo che i nostri discorsi appartengono al cuore. La realtà è un’altra. E allora dopo il caffè ci scappa il mezzo bicchiere di vino e ce la prendiamo con la politica. Chiudiamo sempre con l’auspicio del dover ricominciare dall’educazione, in famiglia e a scuola: un nuovo senso civico, per noi sarebbe una soluzione.

A volte porto il Rodolfo nel campo, per sentire il profumo dell’uva, curiosare nella serra, osservare il granoturco che scurisce le barbe. Ora ci sono gli azzeruoli col loro rosso invitante. I girasoli si piegano e rimangono curvi al peso stanco del fiore che matura enorme di chicchi dalle geometrie impensate tra le corolle.

Lui mi parla del bed and-breakfast che ha messo in piedi qui in paese utilizzando gli spazi di quella costruzione che ha strutture del ‘700. Mi racconta dei suoi clienti, per lo più stranieri. Si trovano bene in quell’ambiente familiare, con le marmellate e le crostate genuine preparate dalla moglie come colazione. E tornano di frequente a trovarlo per godersi il clima del lago e di queste colline sommerse dai boschi.

Il Rodolfo mi invita sempre per il fine settimana, su là, nel suo eremo nella Veddasca. Ha costruito persino una piramide a secco per raggruppare i sassi dispersi. Sembra ci sia meno desolazione e abbandono intorno, mi dice soddisfatto. “Un domani gli studiosi si chiederanno a quale civiltà sia appartenuta”. Sorridiamo. Intanto la nostra non se ne accorge nemmeno, tanto è indaffarata nella rincorsa del benessere consumistico. Ma è poi vero che stiamo così bene? O ce la danno a bere?

La conclusione che abbiamo tratto è che abbiamo sguarnito il territorio troppo in fretta. Negli anni ’50 siamo stati attratti da una nuova vita, significativa, importante, che ci ha fatto dimenticare la miseria, quella materiale. Ma qualcuno andava lasciato nelle retrovie, anche a costo di pagarlo per il suo lavoro di sentinella.

Invece ho visto solo vecchi che persistevano, per non tradire il senso della loro vita intera. Gli ultimi, abbarbicati alla terra, con costumi e usanze sprezzatamente dai nuovi arrembanti ritenute solo folklore nostalgico.

A Giglio Castello dove trascorrevo le vacanze estive, sotto casa vedevo il vecchio Pietro, ricurvo per il peso del secchio d’acqua che portava alla sua asina, col sacchetto del pane secco che gli lasciavano fuori la porta dell’abitazione. Era un burbero litigare con lei, la sua asina, come con la sua donna, e non le lasciava mancare nulla.

Metterle il basto era un rito di coperta sul dorso per proteggerla, di tiranti, di funi… Poi gli attrezzi per la campagna, il sacco con la bottiglia del vino che sporgeva sempre e il pranzo, e l’ultimo litigio per portarla a ridosso di una grossa roccia affiorante sotto il muro, che serviva al Pietro per montare in groppa. E se ne andava per quei sentierini ripidi, per nulla preoccupato.

Stesso rito la sera, la messa del ritorno. Poi la liberava per la stalletta poco discosto, dove aveva già portato il fascio di erbe e stoppie per la notte. Al mattino era lei che svegliava il Pietro e lo vedevi scendere la scala ripida di casa, col secchio dell’acqua e il pane.

Sono passato un giorno per la sua campagna. Era accovacciato sotto piccole fronde al riparo dal sole. L’asina brucava libera qualche secco stelo ed era attenta con le orecchie che somigliavano a mobili antenne.

C’era anche il Beppe di Scotta a Giglio Castello, che mi offriva il suo vino, limpido e dal sapore del ferro, che ti lasciava un palato sorpreso e soddisfatto – l’ansonaco, ci teneva a rimarcare, non ansonico – e mi parlava dei conigli selvatici che gli divoravano tutto. Della sua cantina-ripostiglio rivedo due enormi cesti di sua egregia fattura, ricolmi di fave secche. Di campagna e di vigna sapeva il fatto suo. Ma le sue ginocchia non lo reggevano. L’anno dopo non c’era più.

E ho conosciuto il Gioacchino, che suonava il bombardino nella banda del paese, e quando in divisa si esibivano sul palco nella piazza del castello, la moglie lo teneva d’occhio perché non alzasse troppo il gomito. Mi invitava nella sua fresca cantina, con un lavello in sasso e due bicchieri pronti per chi passava e voleva assaggiare il vino che veniva dal Capel Rosso, la parte più a sud, bruciata dal sole.

Stanno recuperando qualche vigneto e il verde dei tralci è smeraldo in quella vegetazione assetata e rinsecchita dell’estate. Nell’abbandono imperante scopri ancora pozzi con acqua piovana, caditoie e canaletti che ve la facevano confluire di balza in balza, di proprietà in proprietà, recuperando goccia dopo goccia quell’oro fresco di vita quando il Padreterno provvedeva dal cielo. Ma dove si interrompeva quel lavoro paziente di secoli, i rovi si impadronivano degli spiazzi e soffocavano il coltivo e le viti come naufraghi sommersi.

Le nuove generazioni sono state indirizzate ad altre mete, allettanti, di minor fatica e stenti, di sicuro più remunerative, ma vuote ormai della sapienza antica.

Abbiamo perso la cultura della terra – ci raccontiamo il Rodolfo ed io – e ne abbiamo assimilata un’altra, consona alla resa immediata, costi quel che costi, non importa cosa produci. Solo la necessità forse potrà spingerci a rivedere dove stiamo andando e a scoprire l’anello mancante della catena.

Sullo stesso argomento:

– Alto Varesotto, montagna e aziende agricole: «Allarmante realtà»

© Riproduzione riservata

Vuoi lasciare un commento? | 0

Lascia un commento

"Luinonotizie.it è una testata giornalistica iscritta al Registro Stampa del tribunale di Varese al n. 5/2017 in data 29/6/2017"
P.IVA: 03433740127
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com