7 Novembre 2016

La vita dei migranti presso la Comunità Monastica S.S. Trinità di Dumenza

La Comunità Monastica S.S. Trinità di Dumenza dei padri benedettini ospita da tempo sette ragazzi migranti. Di loro si occupa la cooperativa sociale Agrisol, affiancata alla Caritas diocesana di Como, che li assiste grazie al lavoro encomiabile di Italo e dei padri benedettini del monastero. Ecco l’esperienza di questi ragazzi migranti, raccontata da Cesi Colli.

La vita dei migranti presso la Comunità Monastica S.S. Trinità di Dumenza

La vita dei migranti presso la Comunità Monastica S.S. Trinità di Dumenza. E’ passato un anno da quando, il 6 settembre 2015, papa Francesco, per prepararsi con “un gesto concreto” all’Anno Santo della misericordia, ha invitato le parrocchie, le comunità religiose e i monasteri di tutta Europa ad accogliere i migranti. “Da allora – spiega il direttore della Fondazione Migrantes, mons. Perego – l’impegno della Chiesa in Italia si è allargato ad almeno 30mila richiedenti asilo e rifugiati. La speranza è che l’appello del Papa, a un anno di distanza, alimenti ancora nelle comunità cristiane l’esigenza di accogliere, nonostante un “vento contrario”, alimentato da populismi  e informazioni esasperate che stanno investendo l’Europa ed indebolendo in questo modo la sua storia democratica e solidale”. Ad oggi sono tante le strutture religiose sparse in tutt’Italia che hanno trasformato in realtà le parole del Papa, aprendo le loro porte per rispondere alla crescente richiesta di posti per l’accoglienza. Così è stato per i Padri benedettini della Comunità Monastica S.S. Trinità di Dumenza, che ancora una volta si sono lasciati interpellare dalle sofferenze dell’uomo, chinandosi su di esse.

In un brumoso giorno autunnale sette ragazzi nigeriani, anche se un po’ timorosi di affacciarsi in un luogo così isolato, hanno scoperto “in cima alla montagna” la bella casa silente dei monaci, immersa in quel gioco di colori che solo l’autunno sa dare, potendo così vivere una storia di straordinaria solidarietà e generosità. Nel monastero i ragazzi sono stati alloggiati in una confortevole palazzina esterna. Hanno vissuto in completa autonomia: si preparavano i pasti e si occupavano delle pulizie. Sono stati assistiti anche da Italo, un prezioso dipendente della cooperativa Agrisol, emanazione della Caritas diocesana comasca. Italo è uomo dal tratto semplice, ma dal cuore ricco di comprensione e umanità, attento e partecipe, come un buon papà, a tutti i problemi dei suoi figli. Non parla inglese, ma si capisce benissimo con i ragazzi: è proprio vero che il linguaggio del cuore comunica di più che quello delle parole.

Al mattino i ragazzi sono stati impegnati nella scuola di italiano, dove hanno insegnato una maestra e un giovane monaco, testimonianza dell’effettiva attenzione della comunità monastica. Sono gli studenti ideali, il sogno di ogni insegnante perché hanno tanta voglia di imparare. Hanno perfettamente capito che conoscere la lingua del paese che li accoglie è uno dei fattori fondamentali per intraprendere e realizzare un percorso di integrazione culturale e sociale: è uno strumento essenziale, infatti, per comprendere il paese di inserimento, ma anche per esprimere e comunicare sia la loro storia personale, sia la loro cultura e le loro tradizioni, di cui parlano con orgoglio e fierezza. Anche per i maestri, l’umanità che ha avvolto questa esperienza è stata speciale perchè insegnare la lingua è stato solo il pretesto per incontrare veramente “l’altro” e il suo mondo.

Tutti coloro che li hanno ospitati e sono stati loro vicini hanno sentito che questi ragazzi migranti sono loro fratelli, che hanno bisogno di aiuto perché hanno affrontato sradicamenti e sacrifici immani per tentare di realizzare un futuro più degno per loro e per i loro cari. Supportati dagli operatori di Agrisol e dai volontari, i ragazzi hanno fatto passeggiate nei boschi e mangiato per la prima volta le castagne, frutto a loro completamente sconosciuto. Hanno anche volontariamente aiutato il Comune a tenere pulita la strada che porta al monastero: è stato un modo per rendersi utili, essere impegnati durante la giornata e ripagare la generosità con cui si sono sentiti accolti.

“Siamo convinti – hanno detto i Padri benedettini – che occorra più che mai, in questo nostro tempo, malgrado un diffuso atteggiamento contrario, essere disponibili a uscire dagli spazi fisici, mentali e spirituali, in cui eravamo abituati ad accomodarci, perché solo così la vita nostra, delle nostre famiglie e comunità, potrà ancora fiorire e crescere. È esattamente ciò che Papa Francesco non si stanca di chiedere con forza. Ciascuno lo farà secondo le sue possibilità concrete, i suoi mezzi e i doni specifici che può mettere a disposizione: disertare questo appello significherebbe perdere un’occasione privilegiata – forse unica – di conversione profonda e autentica della nostra vita umana e cristiana”.

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