Luino | 26 Ottobre 2025

Elezioni a Luino, Artoni: «Pronto a rinunciare alla candidatura»

In una lunga lettera l'avvocato fa sapere che potrebbe non presentarsi alle amministrative, purché qualcuno porti avanti i suoi progetti. «La città non ha bisogno del mio nome». Le idee in 4 pilastri

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Furio Artoni è pronto a rinunciare alla candidatura a sindaco in vista delle prossime elezioni amministrative luinesi. A patto che qualcuno sia disposto a portare avanti i suoi progetti per il futuro della città. Progetti articolati in “quattro pilastri” che non sono negoziabili.

E’ quanto emerge dalla lunga lettera che l’avvocato e consigliere comunale ha inviato alla nostra redazione (di seguito il testo), e nella quale è contenuta anche la risposta al comitato del gruppo Stati Generali del Centro Destra, che negli scorsi giorni aveva chiesto ad Artoni di rappresentare come candidato sindaco la futura lista del gruppo alle prossime elezioni.

Trent’anni di professione legale mi hanno insegnato una cosa: la verità ha sempre un prezzo. E chi non è disposto a pagarlo, farebbe meglio a occuparsi d’altro. Oggi quel prezzo è la mia candidatura. O meglio: la possibilità di rinunciarvi.

Vi sembrerà paradossale. In un’epoca dove ogni aspirante politico si aggrappa alla candidatura come un naufrago al relitto, io vi dico: posso anche non candidarmi. Ma attenzione – e qui sta il punto – solo se qualcuno è disposto a fare ciò che io farei.

Perché Luino non ha bisogno del mio nome. Ha bisogno di un programma. E di qualcuno che abbia il fegato di realizzarlo.
Gli amici degli  Stati Generali del centro destra spingono la mia candidatura : “Serve una figura credibile. Qualcuno che conosca il territorio, che abbia dimostrato sul campo di saper lavorare”. Ho risposto come rispondo sempre: con i fatti, non con le promesse. Quattro pilastri. Quattro linee rosse che non si possono attraversare. Prendere o lasciare.

Vi racconto una storia. Anzi no, vi racconto un incubo che è diventato realtà. Sono le 22 del 4 ottobre. Il lungolago di Luino – quello stesso dove da bambino correvo libero, si trasforma in una scena da film horror. Una rissa. Urla. E poi il lampo metallico di un machete che squarcia l’aria e la carne di un ragazzo italiano minorenne. Cinquanta centimetri di lama. Chirurgia d’urgenza. Una cicatrice che resterà per sempre.

Quando ho organizzato i corsi gratuiti di difesa personale per le donne di Luino, qualcuno ha sorriso. “Artoni esagera sempre”. Poi sono arrivate quasi cinquanta donne. Cinquanta. Madri, figlie, sorelle. Tutte che reclamavano sicurezza. Ho presentato una mozione in consiglio comunale per istituire un commissariato di pubblica sicurezza. Non una stazione. Un commissariato. Con agenti, investigatori, presenza costante. Sapete cosa ha fatto la maggioranza? L’ha bocciata. Come se ignorare il problema lo facesse sparire. Come se chiudere gli occhi davanti al buio lo trasformasse in luce.

Ma io sono avvocato. E gli avvocati sanno che la realtà non si piega ai desideri. La realtà è quella rissa sul lungolago. È quel machete. È quella paura negli occhi di chi uscendo la notte si guarda intorno circospetto. E vogliamo parlare della causa? Vogliamo avere il coraggio di guardare in faccia l’elefante nella stanza? Questi anni di politica migratoria scellerata hanno spalancato i porti senza criterio, senza controllo, senza la minima capacità di gestire l’emergenza. Gli sbarchi sono esplosi. E con essi l’insicurezza, il degrado, la sensazione – verissima – che lo Stato abbia tradito il suo primo dovere: proteggere chi ci vive da sempre. Difendere i confini. Non sto facendo propaganda. Sto dicendo la verità che nessuno osa pronunciare. E se questo mi costerà voti, pazienza. Preferisco perdere un’elezione che vendere l’anima.

LA TASSA SALUTE

Chiamiamo le cose con il loro nome: la tassa sulla salute per i frontalieri è una truffa di Stato. Sì, lo so. Qualcuno si scandalizzerà. “Artoni è troppo duro, troppo diretto”. Ma ditemi: come altro si chiama un meccanismo che costringe migliaia di lavoratori a pagare due volte per un servizio che non ricevono? Come si chiama un sistema che tassa chi ogni mattina si alza alle cinque per andare a lavorare oltre confine, portando reddito e stabilità economica al territorio?

Da avvocato ho difeso centinaia di frontalieri. Ho visto le loro buste paga, le loro cartelle esattoriali, la loro rabbia silenziosa. E ho capito una cosa: lo Stato li vede come bancomat ambulanti. Lavoratori che producono gettito ma non protestano abbastanza, non fanno abbastanza rumore. Forse non vanno neanche a votare delusi da chi li rappresenta.

Bene, io quel rumore lo faccio. E dico forte e chiaro: la sanità si salva investendo, non rapinando. Si salva con un ospedale di Luino efficiente, con reparti funzionanti, con personale adeguato. Non con una tassa che è il simbolo dell’incompetenza mascherata da necessità. Si salva la sanità con liste di attesa dignitose, non con medici gettonisti da 800 euro al giorno che fanno turni al Pronto soccorso magari con la qualifica di chirurgo plastico (sì, anche questo accade).

L’ospedale di Luino non è un tema tra i tanti. È IL tema. La salvaguardia del nostro presidio sanitario è questione di vita o di morte. Letteralmente. E chiunque minimizzi questo fatto è complice del suo smantellamento.

IL SOGNO CHE I POLITICI NON OSANO

“Si profila una crisi senza precedenti”. L’ho detto agli Stati Generali e qualcuno ha storto il naso. “Artoni è troppo catastrofista”. Davvero? I dazi sulla Svizzera, le modifiche normative, la crisi economica in arrivo – tutto questo vi sembra catastrofismo o semplice lucidità?

Migliaia di frontalieri potrebbero tornare in Italia. E cosa offriamo loro? Un deserto economico? Liste di disoccupazione? No. Offriamo loro un’opportunità storica. Il mio progetto – che ho presentato in consiglio tra lo scetticismo generale – prevede zone economiche speciali nella fascia di confine. Defiscalizzazione per le nuove imprese. Incentivi alla ricerca. Un taglio drastico della burocrazia che oggi strangola chi vuole fare impresa. Ma la vera rivoluzione è un’altra: un polo universitario a Luino.

Da tutte le valli sino al lago, migliaia di ragazzi ogni mattina prendono treni e autobus per andare a studiare altrove. E non tornano. Perché dovrebbero? Cosa gli offriamo? Promesse? Bei discorsi? Io voglio offrirgli un’università legata al territorio, con corsi professionalizzanti collegati alle nostre imprese manifatturiere, con sbocchi immediati nel mondo del lavoro. Voglio che un ragazzo di Luino possa studiare qui, formarsi qui, lavorare qui. E costruire qui il suo futuro.

Utopia? Forse. Non è il comune di Luino competente? Anche. Ma se anziché una voce singola si alza chi rappresenta 15 mila persone forse quella voce sarà ascoltata. Come diceva Poe: “Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte”. Io sogno di giorno. Con gli occhi aperti. E con un piano dettagliato.

L’AVVOCATO CHE DIVENNE POLITICO (PER SBAGLIO)

La politica è venuta a cercare me. Sin da giovane. Ero in aula, a difendere un cliente. Ero nel mio studio, a redigere contratti. Ero nella mia vita professionale assolutamente pregnante. Poi ho cominciato a vedere cosa succedeva a Luino. L’ospedale smantellato reparto dopo reparto. Le imprese che chiudevano. I giovani che partivano. La sicurezza che evaporava. E ho capito che non potevo restare a guardare. Che l’indifferenza è complicità. Che chi ha competenze e non le mette al servizio della comunità è, in fondo, un vigliacco.

Mi sono candidato in consiglio comunale. Sono stato eletto con un pugno di voti, ma  ho cominciato a lavorare. Non con i comunicati stampa, ma con le mozioni. Non con le promesse, ma con i progetti. Sulla sicurezza, sull’economia, sul lavoro. Ogni singola proposta documentata, coerente, realizzabile. Con un gruppo di lavoro che sin dall’inizio mi ha affiancato senza condizioni ma con l’unico scopo di difendere Luino. Qualcuno ha detto: “Artoni è troppo tecnico, troppo freddo”. Preferite uno che vi racconta favole o uno che vi dice come risolvere i problemi? Preferite l’incompetente simpatico o il competente diretto?

IL PATTO DEL DIAVOLO (O DELLA RAGIONE)

Eccoci al punto. Gli stati Generali del centrodestra mi hanno chiesto di candidarmi a sindaco. Rispondo che il primo passo è la condivisione di un programma e su queste basi la mia persona può anche ritirarsi in buon ordine .

Primo: si parla di programma, non di poltrone. Secondo: i quattro pilastri che ho indicato sono non negoziabili. Terzo: se i partiti sottoscriveranno pubblicamente tali impegni e troveranno un individuo competente per la loro realizzazione, mi farò da parte. Quest’ultimo punto spiazza tutti. “Ma come, Artoni rinuncerebbe?”. Certo che rinuncerei! Ho una famiglia , un lavoro, attività sportive e hobby che mi impegnano.

Perché io non sono innamorato della poltrona. Sono innamorato di Luino. E se qualcuno può fare meglio di me, ben venga.
Ma attenzione: deve essere qualcuno con competenze reali, non un nome buono per tutte le stagioni. Deve essere qualcuno che conosce ogni strada di questo territorio, ogni problema, ogni opportunità. Deve essere qualcuno che ha già dimostrato sul campo di saper lavorare. Trovate questa persona? Perfetto, io la sostengo. Non la trovate? Allora mi candido io. Non per ambizione, ma per dovere.

L’ABISSO CI GUARDA

Nietzche diceva che “se guardi nell’abisso abbastanza a lungo, l’abisso comincerà a guardare dentro di te”. Luino sta guardando nell’abisso del degrado, dell’insicurezza. E l’abisso ci sta guardando. Possiamo continuare così, ipnotizzati dal baratro. Oppure possiamo voltarci, camminare nella direzione opposta, costruire qualcosa di diverso.

Io ho scelto. Ho scelto di dire la verità, anche quando brucia. Ho scelto di proporre soluzioni, anche quando sembrano impossibili. Ho scelto di metterci la faccia, anche quando sarebbe stato più comodo restare nel mio studio. I partiti hanno davanti due strade: trovare un candidato all’altezza di questo programma con una condivisione pubblica, oppure continuare con la politica delle chiacchiere. Ai cittadini chiedo: pretendete di più. Molto di più. Perché Luino merita un’alternativa credibile. E io sono pronto a esserlo. O a sostenere chi lo sarà al posto mio. Ma una cosa è certa: non resterò a guardare mentre questa città muore lentamente.

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