Assolti dalle accuse di estorsione e usura. Il verdetto del Tribunale di Varese per tre imputati è arrivato ad oltre dieci anni di distanza dai fatti, che erano iniziati con un prestito concesso da un facoltoso imprenditore svizzero ad un uomo con problemi economici.
Uomo che poi, nonostante gli accordi presi, non era riuscito a restituire il denaro e aveva quindi sottoscritto 29 cambiali da 1.000 euro l’una, per un totale di 29mila euro: il valore del suo debito. Soldi che l’imprenditore, vista la situazione, aveva quindi deciso di lasciare a tre suoi fedeli collaboratori: gli uomini che alla fine sono stati rinviati a giudizio per le modalità con cui avrebbero cercato di ottenere i soldi (oltre i limiti della legalità) dal debitore, cioè la persona offesa nel procedimento.
«Un processo nato dal nulla e che ha portato al nulla», ha affermato nella sua arringa l’avvocato Monica Andreetti, che ha rappresentato la difesa insieme ai colleghi Marco Mainetti e Giuseppe Cannella. Inconsistenti, a detta dei difensori, le accuse contestate agli imputati, che non avrebbero imposto interessi usurari. Due di loro, sempre secondo gli avvocati, sarebbero stati del tutto inconsapevoli del presunto “piano” per recuperare i soldi ricorrendo ad intimidazioni e minacce.
Una versione in parte condivisa dal pubblico ministero, che alla luce di quanto emerso dal dibattimento ha chiesto l’assoluzione per due imputati, e la condanna per il solo presunto mandante a 5 anni e 6 mesi di reclusione. E’ con quest’ultimo, stando all’esito delle indagini, che la vittima si sarebbe incontrata più volte all’esterno di un autogrill di Castronno per cercare di saldare parzialmente il debito. Prima di rivolgersi alla guardia di finanza.
L’uomo, ha sottolineato durante la discussione l’avvocato Mainetti, era un «debitore cronico», motivo per cui non si era rivolto ad una banca per chiedere un prestito, ma aveva cercato i soldi tramite il ricco imprenditore, rimasto estraneo alla vicenda giudiziaria. E poi caduto in disgrazia.
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