Alto Varesotto | 19 Marzo 2026

Valcuvia e Valmarchirolo nel mirino della criminalità organizzata: avanzate pesanti richieste di pena

Dalla requisitoria dell’accusa emergono contestazioni legate all’aggravante mafiosa e a numerosi episodi nelle aree del Varesotto: il procedimento entra nella fase decisiva, chiesti 78 anni di carcere

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È stata pubblicata nell’edizione odierna de La Prealpina, a firma di Paolo Grosso, la ricostruzione dell’ultima udienza del processo “Nerone”, che vede al centro gravi contestazioni legate al metodo mafioso nelle valli del Varesotto, precisamente in Valcuvia. Il procedimento, giunto ormai alle battute finali, ha registrato la requisitoria del pubblico ministero con richieste complessive di 78 anni di carcere, dodici richieste di condanna, tre prescrizioni e un’assoluzione.

L’udienza si è tenuta davanti al collegio del Tribunale di Varese presieduto da Stefania Brusa. Il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Giovanni Tarzia, ha delineato un quadro accusatorio articolato, individuando nei vari imputati responsabilità a vario titolo per una serie di episodi che comprendono estorsioni, spaccio di droga, lesioni, minacce, danneggiamenti, violenza privata e usura. Secondo quanto riportato, molte delle contestazioni sarebbero aggravate dall’utilizzo del metodo mafioso, elemento che rappresenta uno dei punti centrali dell’impianto accusatorio.

Tra i nomi principali figura Giuseppe Torcasio, detto “Zio Pino”, per il quale sono stati chiesti 11 anni e 5 mesi di reclusione oltre a una sanzione economica di 17.500 euro, senza concessione delle attenuanti generiche. L’accusa individua in Torcasio un punto di riferimento dell’organizzazione contestata, sottolineando anche legami familiari con ambienti della criminalità calabrese, il cugino Vincenzo, detto “u Niuru”, con precedenti penali per mafia. Un ruolo che l’imputato ha respinto nel corso del procedimento, ma che per la procura rappresenterebbe un elemento significativo per l’applicazione dell’aggravante mafiosa.

Tra le altre richieste di condanna emergono quelle per un altro uomo, con una pena proposta di 9 anni e 11 mesi, e per altri imputati coinvolti a vario titolo nei fatti contestati. Le pene richieste variano, in alcuni casi accompagnate da sanzioni pecuniarie, delineando un quadro complessivo ampio e complesso.

Nel corso della requisitoria è stato evidenziato come il sistema oggetto dell’indagine fosse radicato sul territorio e caratterizzato da modalità operative in grado di generare intimidazione. Le indagini si sono sviluppate principalmente attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, ritenute determinanti per ricostruire i fatti.

Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero fatto ricorso al metodo mafioso anche per dirimere controversie, sfruttando la notorietà di alcuni legami con ambienti della ’ndrangheta. Un comportamento accompagnato da un linguaggio ritenuto esplicitamente “evocativo della criminalità organizzata” e dotato di efficacia intimidatoria.

Nel pomeriggio si è dato spazio alle difese, a partire dal legale di Torcasio, Corrado Viazzo, che hanno contestato la sussistenza dell’aggravante mafiosa, evidenziando l’assenza di una struttura organizzata radicata nel territorio. Al termine dell’udienza, il collegio ha disposto il rinvio al prossimo 8 maggio, data in cui sono previste eventuali repliche e la decisione finale.

Un punto chiave riguarda l’aggravante: qualora venisse meno, a quasi dieci anni dai fatti, si potrebbe arrivare alla prescrizione per tutti i capi d’imputazione. Il procedimento coinvolge complessivamente sedici persone e ruota attorno a una trentina di episodi. La fase dibattimentale si avvia ora verso la conclusione, con la sentenza attesa al termine della camera di consiglio.

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