Turni di lavoro della durata di 4-5 ore da trascorrere in piedi, indossando un giubbotto antiproiettile del peso di circa 5 chili.
Troppo per una persona affetta da una patologia discale, causa di gravi dolori alla schiena. Tuttavia la persona in questione, una donna di 57 anni, ex guardia giurata, è finita a processo in tribunale a Varese. Deve rispondere di falso e truffa per un totale di 24 assenze collezionate tra il 2016 e il 2018 (qui i dettagli).
La donna, spostata dalla vigilanza del trasporto valori ai controlli anti rapina alle casse di un supermercato fuori Varese, era solita annunciare la sua assenza con l’arrivo del weekend, producendo poi un certificato medico al rientro. Il rapporto professionale, è emerso dal dibattimento, fu segnato anche da una causa per mobbing intentata dalla donna contro l’azienda di cui era dipendente, che poi vinse la causa. Questo dopo il cambio mansione che l’odierna imputata, difesa nel processo dall’avvocato Matteo Pelli, riteneva ingiusto e incompatibile con il suo stato di salute.
Sulle sue condizioni all’epoca dei fatti si è espresso oggi, come testimone, un neurochirurgo che aveva visitato l’ex guardia giurata tra il 2017 e il 2018, durante un periodo di forti dolori alla schiena. Un problema cronico quello della donna, ha affermato il medico: «Con quei dolori a volte non si sta in piedi, non si riesce nemmeno a camminare. Il dolore acuto può durare anche per diversi mesi, e i turni a cui la donna era sottoposta potrebbero aver influito in negativo sulle sue condizioni».
Per l’accusa, però, c’è dell’altro: in almeno due occasioni la donna, assente dal lavoro per malattia fu trovata fuori casa da un investigatore che si stava occupando della vicenda per conto dell’azienda di vigilanza che è parte civile nel processo (assistita dall’avvocato Andrea Milani), e che poi licenziò la dipendente. In un caso l’ex guardia era uscita a fare shopping; nell’altro si era recata al matrimonio del figlio.
La fase di cura prescritta nel 2017, a base di riposo e antinfiammatori, terminò a marzo 2018, come documentato dall’ultimo dei certificati medici firmati dal professionista e agli atti del processo. Processo nel quale l’imputata ha scelto di non sottoporsi alle domande delle parti e di non rilasciare dichiarazioni, in attesa delle richieste al giudice e della sentenza.
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