(A cura del professor Carlo Banfi)
I miei ricordi della Gera – 7 ottobre ‘44, Bernardo Pastori
Era un periodo di pioggia e di funghi. Come tutte le mattine andai a scuola. Frequentavo la terza elementare. In paese non c’era alcun movimento, tant’è che la maestra, Virginia Angelini, era là come sempre a svolgere il suo compito di educatrice. Era parente stretta dei Badi della Baggiolina e della famiglia Garibaldi, perciò era a conoscenza della “Lazzarini”, che si trovava appunto in un fienile di proprietà dei Garibaldi, poco discosto dalla loro abitazione.
Per sentito dire, avevano avvisato il capofamiglia del pericolo in essere proprio in quei giorni a motivo dell’ospitalità alla banda.
A quanto pare la maestra non sapeva niente dell’incursione, anche se probabilmente interessata. Ad un certo punto della mattina si cominciarono ad udire degli spari. La scuola di Voldomino – rimasta come allora – ha dei finestroni che danno sulla piana sottostante con veduta sul cimitero e sulla Gera, località dove era ubicato il cascinale menzionato. Naturalmente qualcuno di noi si accorse dello strano trambusto in quella direzione e tutti corremmo a guardare, maestra compresa. Va detto che l’attuale strada di accesso alla Gera non esisteva, c’era solo un sentiero, e per arrivarci occorreva passare dalla Baggiolina, gruppo di tre case e una stalla, come ora. Quel percorso oggi prende nome di Via Baggiolina, con tanto di targa.
Va precisato che della Gera dai finestroni della scuola non si vedeva molto, compariva una parte della casa ma la stalla non era visibile. Si capì poi che era stata coinvolta, a causa del fumo che saliva. Una cosa vidi e ricordo bene: un carro agricolo trainato da un bue, che poi si seppe era di un carrettiere di Voldomino, carico di cose, che scendeva lentamente verso il piano da via Gorizia. Venimmo poi a conoscere che era carico di beni requisiti alla famiglia Garibaldi. Ad occhio si capì che c’erano sopra dei materassi e biancheria.
La giornata scolastica andò così, persa, e all’ora stabilita rientrammo alle nostre case, ma in paese c’era subbuglio, tant’è che all’uscita dalla scuola molti genitori erano lì ad aspettare i bambini.
Nel pomeriggio non potei rimanere in casa: col paese pieno di soldati la mia indole non poteva estraniarsi. Feci il giro tra le vie, non ricordo l’ora, e arrivato al Pasquè (attuale circolo ACLI) vidi che, scendendo da Via Montegrino e in direzione di Via Gorizia, stava arrivando un gruppo di militari – non ricordo di quale appartenenza perché non conoscevo le divise – e in mezzo a loro vi erano alcuni uomini seminudi, scalzi e a torso nudo, con calzoncini corti, forse non tutti, con le mani legate dietro alla schiena col del filo di ferro, che venivano indotti a camminare, istigati come gli animali, a parolacce e pedate. Fra questi vidi Elvio Copelli che era per me quasi un fratello maggiore in quanto era amico di Carletto e frequentava la mia famiglia.
Nella mia meraviglia di bambino lo guardai bene e da vicino, ero appoggiato alla cappelletta tutt’ora esistente, pertanto massimo sette o otto metri. Sembrò che mi avesse visto e notai che, come anche gli altri, sanguinava e aveva delle ferite sul costato. Procedettero verso Via Gorizia e sparirono dalla mia vista.
Mi ‘svegliai’ per una tirata di orecchie. Era la mamma che era in giro per recuperarmi.
Nei giorni successivi si seppe che Elvio Copelli era stato maltrattato più degli altri perché, grande conoscitore della Linea Cadorna, era fuggito infilandosi in una trincea sotterranea proprio di fronte alla cascina – tuttora visibile – ma che a causa del maltempo di quei giorni dopo una ventina di metri durante la notte c’era stato un crollo e lì fu ripreso, con le conseguenze immaginabili.
Elvio abitava a duecento metri dalla Gera, poco più sotto, dove c’era la fornace della calce, perciò credo che non l’avrebbero ripreso in un tunnel buio, sotto terra, che per lui era pane quotidiano.
In Voldomino gli uomini erano tutti scappati. Le donne e i bambini piangevano per la paura. I militari sparavano senza motivo. L’immagine pietosa e di ribellione erano forti, ma l’ambiente non permetteva errori o atti di eroismo.
Naturalmente queste impressioni le ho avute crescendo, perché ancora oggi non riesco a dimenticare quello che mi è sembrato uno sguardo o forse un sorriso che Elvio Copelli mi indirizzò vedendomi.
A proposito di funghi avvenne un fatto curioso. Un nonno di Voldomino, anziano e forse un poco disattento, di buon’ora quella mattina andò in cerca di funghi. Dove? In Gragna, zona tra Voldomino e Montegrino, dove oggi passa la strada nuova costruita negli anni ‘60. Allora per arrivare in Gragna occorreva transitare dalla Gera da dove un sentiero o strada militare della Linea Cadorna portava fino alla pineta di Montegrino, zona Pian Surcà. Ebbene quest’uomo anziano, alto, sciancrato, camminava col bastone ed era privo di un occhio, tant’è che era chiamato Pèder Guersc.
Quando arrivò alla Gera fu fermato dai militi. Disse chi era e cosa faceva lì, per andare a cercare funghi. Fu capito o creduto. Lo lasciarono andare raccomandandogli di ripassare da lì per ‘non correre pericoli’. Quando tornò col paniere pieno di funghi fu controllato e lasciato andare, non prima di avergli sequestrato i funghi, compreso il cestello. Nel poco tempo che rimase fermo alla cascina ha visto, ma forse senza rendersene conto. Aveva più di ottanta anni e all’immediato non aveva percepito la gravità di quello che stava accadendo. Viveva da solo in una specie di cantina nella casa d’angolo dove vidi l’Elvio, di fronte alla caserma della Milizia Confinaria, ora circolo ACLI, dove spesso i militi gli davano da mangiare. Nei giorni successivi si rese conto e si disperava piangendo. Raccontando l’accaduto ripeteva: “Se avessi capito mi sarei offerto in cambio, tanto cosa faccio qui!”
Il brano è tratto da Lettere di un alpino della Monterosa 8 marzo ‘44 – 1 aprile ‘45 di Carlo Pastori, Ed. Marna/Velar BG
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