(a cura di Carlo Banfi) “Inverno a Luino – Ti distendi e respiri nei colori./Nel golfo irrequieto,/nei cumuli di carbone irti al sole/sfavilla e s’abbandona/l’estremità del borgo./(…)/Di notte il paese è frugato dai fari,/lo borda un’insonnia di fuochi/vaganti nella campagna,/un fioco tumulto di lontane/locomotive verso la frontiera” (da Vittorio Sereni: Frontiera – 1941).
Il termine ‘frontiera’ ci richiama il confine, il limite che ci si pone dinnanzi, ma credo anche – seguendo Sereni con ‘un fioco tumulto di lontane locomotive’ – evochi il sogno dell’oltre, una speranza che nasce dal cuore (non escluderei anche in senso metafisico).
E oggi più che mai il termine è estremamente attuale. Come lo è stato nel passato. In anni non lontani, il mito americano della ‘frontiera’. Per Luino in particolare gli anni dell’ultimo conflitto.
La ‘rete Bacciagaluppi’ che si occupava del passaggio di prigionieri alleati, fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre ‘43, ha permesso il transito del confine in questa zona di non meno di 250 militari.
La speranza della frontiera era forza di vita, in quegli anni, per tutti i ricercati dal regime fascista e in particolare per gli ebrei, considerati ‘nemici della patria’.
Con la pubblicazione il 14 luglio 1938 del Manifesto della razza sul Giornale d’Italia viene avviato un censimento di stampo razzista al fine di schedare gli ebrei.
Il 17 novembre del 1938 viene promulgato il Decreto, convertito in legge il 5 gennaio 1939, che per gli ebrei sancisce il licenziamento da tutti gli impieghi pubblici, compresa cultura, teatro, editoria. Cancellata la stampa ebraica, vietato aderire ad associazioni culturali e ricreative, no a competizioni sportive, biblioteche, pulizia etnica nelle scuole (Massimo Bontempelli – esempio raro – rifiuta la cattedra di Attilio Momigliano). 896 gli espulsi dalle Università: “Mi sembrò, non esagero, – afferma Rita Levi Montalcini – di aver perso ogni possibilità di vita!”.
Con lo scoppio della guerra la propaganda insinua che le sconfitte hanno la responsabilità dell’Internazionale Ebraica, che diventa capro espiatorio delle mancate vittorie. Dopo l’8 settembre ‘43 i tedeschi hanno tra le mani gli elenchi delle schedature degli archivi prefettizi. La soluzione finale viene estesa alla RSI, che collabora.
Il 14 novembre del ‘43, nel Manifesto programmatico del Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona si legge: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante la guerra appartengono a nazionalità nemica”.
Il 30 novembre dello stesso anno l’ordine di Polizia n°5 del ministro dell’Interno Buffarini Guidi recita: “Arrestare tutti gli ebrei e avviarli in campi di concentramento provinciali”.
In 35.000 sfuggono agli arresti, 5.500-6.000 tentano la fuga in Svizzera e 250-300 vengono arrestati prima dell’espatrio o respinti. Da Fossoli partono 2.844 ebrei, destinati solitamente ad Auschwitz, da Bolzano-Gries 207, trasportati su veri e propri carri bestiame, divisi tra uomini e donne con bambini. Solo il 20-30% superava la selezione e veniva “immatricolato”, spogliato, rasato e vestito con il pigiama a strisce con la stella gialla. Alla Risiera di San Sabba di Trieste sono 1196 gli ebrei morti.
I deportati sono 6.806, di cui 5.969 uccisi e 322 in Italia, tra cui 22 suicidi. 900-1000 le persone uccise e non identificate.
Questa sintetica esposizione ci permette di capire quanto fosse grande la speranza della ‘frontiera’.
A Luino ci fu la figura di don Piero Folli, arrestato perché nella casa parrocchiale erano stati sorpresi 14 israeliti, respinti dalle guardie di frontiera elvetiche. Accanto a lui molti ‘passatori’, di cui si è ampiamente interessato e documentato l’ing. Pierangelo Frigerio in Travalia 1975-Studi su Luino e gli immediati dintorni – Biblioteca Civica di Luino.
Ma una testimonianza che voglio ricordare nella ricorrenza del ‘giorno della memoria’ è del voldominese Bernardo Pastori:
“Alla fine della guerra, oltre all’euforia, arrivarono tante notizie, anche documentate. Non so come ma giunsero anche le foto dei campi di concentramento. Si dà il caso che la moglie del Gino Moroni, avesse un negozio dove vendeva di tutto, dal pane alle calze, dai giocattoli, al prosciutto… era un vero bazar: vi si trovavano alimentari, cartoleria, fiori… La signora Lina, così si chiamava, in una vetrinetta che dava sulla Via Campagna, poco discosto dall’attuale Circolo Acli, espose in mezzo ad altri oggetti, profumi compresi, alcune foto dei campi di concentramento. Si vedevano mucchi di cadaveri, fosse comuni, persone magre che si potevano contare le ossa… immagini impressionanti che lasciavano esterrefatta la gente non ancora a conoscenza dei lager. Ritengo che quelle foto siano state concesse al marito in quanto perseguitato dal regime per il caso don Folli.
Un episodio, forse felice, va ricordato. Quando fu arrestato don Folli con il Moroni, perquisirono anche il negozio-bazar e uno dei tedeschi, piuttosto avanti con l’età, vide una bambola, che gli piacque. La prese e chiese il costo. La Lina, con la paura che aveva, non volle soldi. Il soldato le disse più o meno così: “No, desidero pagare. Non voglio portare una bambola rubata alla mia bambina in Germania” e la pagò. Questo fatto non fu molto pubblicizzato perché l’odio verso i tedeschi era altissimo, ma accadde a Voldomino Superiore”.
Il brano è tratto da Carlo Pastori: ‘Lettere di un alpino della Monterosa 8 marzo ‘44-1 aprile ‘45’ a cura di Bernardo Pastori di Carlo Banfi, edito da Marna/Velar 2021.
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