(Articolo di Carlo Banfi) Ho davanti a me la figura di Bernardo Pastori, 87 anni ben portati, natio di Voldomino e ora residente a Creva. Ancora in attività con la sua officina meccanica lungo il Margorabbia in territorio di Germignaga, non lontano dal vecchio ponte del “Bric”.
Dalla sua vita, oltre al lavoro in Italia e all’estero – esperienza iniziata a 11 anni -, emerge l’impegno profuso per il sociale.
Interessante l’esperienza di Bernardo nell’Associazione Umanitaria “Vita per la Vita”, che si avvaleva della collaborazione di AVIS – AIDO – ADMO, di cui era esponente con incarichi di dirigenza e anche di presidenza.
E’ stato Presidente di Delegazione dell’Associazione Artigiani di Luino, incarico che di fatto lo ha portato in Provincia a svolgere mansioni nell’ INAPA (Istituto Nazionale Patronato Artigiani) e nella MOA (Mutua Ospedaliera Artigiani).
Ottiene il Cavalierato al Merito della Repubblica.
Con altri operatori fonda l’ A.u.ba.m. (Associazione umanitaria pro bambini nel mondo) e allaccia contatti con esponenti politici ucraini con cui ha mantenuto buoni rapporti. A motivo dell’aiuto profuso per i bambini di Chernobyl ospitati presso famiglie italiane, a Vishneve, alla periferia di Kiev, in un viale alberato che conduce alla chiesa ortodossa, c’è un cippo che ricorda questa iniziativa e uno di questi alberi è dedicato proprio a Bernardo.
Di recente ha dato vita, con Carlo Banfi, al libro Lettere di un alpino della Monterosa 8 marzo ‘44 – 1 aprile ‘45 che raccoglie gli scritti dal fronte del fratello Carlo. Coinvolgenti le testimonianze di Bernardo su quanto accadeva in quegli anni nelle nostre valli di confine.
Così si esprime a conclusione del testo: «Parte di quanto scritto è frutto dei miei ricordi, spesso tristi, di un bambino cresciuto in quei momenti ed in un luogo e famiglia coinvolti nella tragedia della guerra. Oggi, a 85 anni e ancora in attività con la mia piccola azienda metalmeccanica, mi sto avviando verso la conclusione naturale di ogni cosa. Forse per questo mi è permesso disporre di qualche spazio in più per ripensare e di conseguenza rivedere il mio vissuto. (…) Con questi esigui frammenti ho cercato di esprimere quei momenti affinché giungano alle nuove generazioni, che per loro fortuna non hanno vissuto, ma è giusto che sappiano. Il messaggio che ne trarranno, sono certo, servirà ad allontanare le velleità belliche e a creare un mondo di pace».
Purtroppo, così oggi non accade.
A seguire un brano-testimonianza scritto da Bernardo.
Le due croci
Ricordo benissimo il fatto, accaduto pochi giorni dopo il 25 aprile ‘45, anche perché ero amico della sorella minore, Almerina, di uno dei tre ragazzi coinvolti e poi Voldomino era piccolo e il caso, oltre che pietoso, era grave.
Uno era Nandino – Ferdinando Bertoli – classe 1930, lavorava alla Aer Macchi presso i capannoni della ex-Antisettica di Voldomino, trasferitasi qui, in parte, dopo i bombardamenti aerei su Varese.
Del secondo non conosco il nome. Era di qualche anno più grande, sfollato da Milano sempre per i pericoli dei bombardamenti. Il terzo, Laire, fratello del precedente, era del ‘35. Entrambi erano assistiti dal nonno. Tutti e tre abitavano sulla strada per Montegrino, in località Governo, ed erano ottimi amici.
Non conosco come ebbero una bomba a mano di tipo tedesco, quelle con il manico di legno, ed ebbero l’idea, come del resto accadeva per tanti, di andare al Margorabbia a prendere i pesci, che rimanevano storditi per l’esplosione. Come avvenne non si sa: la bomba gli scoppiò in mano. Conseguenza: Nandino e il fratello maggiore dei due morirono sul colpo, mentre Laire, ridotto male, si salvò. Guarì ma rimase cieco da ambo gli occhi. Fu curato, non conosco dove e come, e visse. Ogni tanto veniva a Voldomino, accompagnato; ma come già dissi, cominciai a viaggiare e persi i contatti. So che divenne pianista.
Quello che avvenne, colpe, conseguenze… non l’ho mai saputo. Ma ricordo che quel giorno ero con altri ragazzi a giocare alla Terra Rossa, zona vicino al cimitero di Voldomino e come tanti udii lo scoppio, ma da buoni ragazzi non capimmo cosa fosse. Trascorso poco tempo, vidi la signora Clementina, mamma del Nandino, che scendeva tutta trafelata dal sentiero che da casa sua, a lato della Valmaina, portava verso il cimitero di Voldomino, chiamando Nandino e avviandosi poi in direzione del Margorabbia. Forse qualcuno l’aveva avvertita.
Poi la cosa finì lì, come tante altre disgrazie dei tempi. Sul posto furono messe delle croci di ferro, modeste, con una targhetta col nome e la data.
Qualche anno fa – il posto è vicino al mio capannone, circa cinquecento metri – trovandomi a passare a piedi sull’argine del Margorabbia, cercai il posto per un pensiero e con fortuna, frugando fra i cespugli, rinvenni una delle croci, piuttosto malconcia, la raccolsi, la portai nella mia officina, la pulii per bene e poi la consegnai alla sorella Almerina – nel mio intento – come ricordo dopo almeno 65 anni.
Nota triste: il papà Bertoli Giuseppe, detto ul Paès, di origine parmense, a seguito della guerra d’Africa, partì volontario come muratore. Venne fatto prigioniero dagli Alleati perché questi operai, quando arrivavano, venivano militarizzati, e di lui non si seppe più niente. Nel ‘46 o forse più tardi, lo liberarono e potè tornare a casa. Non trovò più il figlio, unico maschio della famiglia, in quanto oltre ad Almerina c’era un’altra figlia, Anna, classe 1928.
Particolare curioso: quando nel ‘53 emigrai per la prima volta per lavoro, come per tutti, bisognava passare per il confine di Chiasso, onde essere controllati come documenti e fisicamente. Per andare in Svizzera e risiedervi occorreva essere in possesso di contratto di lavoro, dove andavi ad abitare con relativo contratto di affitto, contratto di assicurazione per malattie perché l’assistenza medica non c’era a quei tempi, naturalmente passaporto e … momento umiliante… dimostrare il proprio sesso!!! Ebbene in quello stesso giorno Bertoli Peppino, Paès, partiva anche lui per la Svizzera Francese a fare la stagione edile, così ci andammo assieme, col trenino fino a Varese, poi con le Nord fino a Como, quindi col pullman alla dogana di Chiasso. Una vera impresa, dato che ul Paès aveva con sé, oltre al bagaglio personale, una cassa di circa cinquanta chilogrammi con gli attrezzi da lavoro, d’obbligo!
Superato quanto sopra descritto, lui prese il treno per Losanna e io rientrai a casa partendo dopo pochi giorni. Ci tenemmo in contatto, tanto che durante la sua permanenza ci incontrammo un paio di volte.
Carlo Pastori: Lettere di un alpino della Monterosa 8 marzo ‘44 – 1 aprile ‘45 edito da Marna/Velar, a giorni sarà sugli scaffali della Libreria NovaCoop di Luino. Il libro è stato presentato il 23 luglio scorso a Palazzo Verbania e la registrazione dell’evento compare in https://luino.civicam.it.
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